Zerocalcare: quando i fumetti raccontano la guerra


Il fumetto è una cosa seria e lo dimostra Michele Rech, alias Zerocalcare, che con i suoi lavori ha vinto tantissimi premi importanti e nel 2015 si è classificato secondo al Premio Strega nella categoria giovani. Michele Rech è un uomo di quelli che mettono anima, intelligenza e cuore nella propria professione. Un artista che ha scelto di comunicare temi importanti attraverso il fumetto, un mezzo di comunicazione spesso considerato “minore”, ma che invece ha una forza prorompente e che, grazie allo stile diretto e originale di questo autore, è diventato un successo nazionale perché sa parlare a tutti in modo trasversale. Il suo pseudonimo è Zerocalcare e si ispira al ritornello dello spot televisivo di un prodotto anti-calcare famoso e che lui ha scelto anni fa come nickname per partecipare ad una discussione su Internet. Nel 2001, poco dopo le superiori, Michele ha scritto un racconto a fumetti per raccontare i fatti del G8 di Genova e dieci anni dopo ha pubblicato il suo primo libro a fumetti “La profezia dell’armadillo”, uscito prima con Edizioni Graficart e successivamente con Bao Publishing che è ancora oggi la sua casa editrice. Nel mezzo ci sono state le collaborazioni con il quotidiano “Liberazione” e con le riviste “Carta”, “Repubblica XL” e “Internazionale”. Questo autore ha all’attivo diversi libri di fumetti, tra i quali ricordiamo: “Un polpo alla gola”, “Ogni maledetto lunedì su due”, “Dodici”, “Dimentica il mio nome”, “L’elenco telefonico degli accolli”, “Kobane calling”, “Macerie prime”, “La scuola di pizze in faccia del professor Calcare”, “Scheletri”, “A babbo morto”, “Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia”. Una produzione prolifica la sua che ogni volta è un successo atteso e acclamato dal pubblico. Dalle tavole alla televisione, nel 2021 è uscita per Netflix la serie TV “Strappare lungo i bordi”, subito diventata famosa non solo in Italia, ma anche in altri paesi. Le diverse puntate raccontano di un viaggio che Zerocalcare fa con i suoi amici Sarah e Secco. Il presente si unisce ai flashback per descrivere con ironia la vita del protagonista che, a sua volta, cerca di non dare voce alla sua coscienza che ha le sembianze di un armadillo e che è la vera ragione di questa avventura. Il suo ultimo lavoro cartaceo è invece “No Sleep Till Shengal”, il cui titolo è ispirato ad una canzone punk degli Stiff “Little Finger”. Si tratta del reportage di un viaggio fatto nel 2021 in Medio Oriente nell’enclave irachena degli Ezidi, un popolo sopravvissuto al genocidio dell’ISIS e minacciato per la propria aspirazione al confederalismo democratico. L’opera è un vero caso letterario perché Bao Publishing ne ha stampate subito 234.000 copie. Una tiratura record che è la conferma che con Zerocalcare il fumetto è un’opera letteraria che piace ai ragazzi come ai meno giovani.

Di cosa parla “No Sleep Till Shengal”?
Nella primavera del 2021 mi sono recato in Iraq per far visita alla comunità ezida di Shengal, minacciata dalle tensioni internazionali e protetta dalle milizie curde, e per documentarne le condizioni di vita. Il viaggio è stato difficile perché l’Iraq era frammentato in aree con etnie e influenze politiche diverse e ad ogni check point si incontravano gruppi differenti che potevano vietare o permettere il passaggio da un territorio ad un altro. La delegazione italiana con la quale
sono andato è stata bloccata più volte e io stesso ho impiegato 24 giorni per fare un tragitto che ne richiedeva 3.
Pensa che Shengal era una zona talmente pericolosa da essere off limits anche per la Farnesina. Qui una minoranza di persone si opponeva allo strapotere di chi chiamava terrorismo ogni tentativo di resistenza e il confederalismo democratico rischiava di scomparire. Il mio libro a fumetti è la descrizione di quel momento geopolitico, è una storia
di pericolo che serve per mantenere viva la realtà e, perché no, per dare voce anche chi non c’è più.

Com’è Shengal oggi?
La città si trova nel Nord Ovest dell’Iraq, al confine con la Siria, e gran parte della sua popolazione è morta. Le donne e le bambine ezide sono state stuprate e vendute come schiave sessuali dall’Isis. Le prigioniere liberate sono state poi portate
in Germania e divise in paesi diversi. Le donne ezide che oggi vivono qui sono alfabetizzate e ricoprono cariche importanti, mentre fino a 14 anni fa non erano istruite. Non sapendo leggere, durante il periodo dell’Isis nel tentativo di fuggire non erano in grado di capire i segnali stradali per cui molte di loro sono finite nelle mani dei nemici. Se ci pensi è una storia raccapricciante.

Che tipo di futuro immagini per questa zona?
Mi auguro che un giorno Shengal possa tornare libera, ma non faccio previsioni. Ho solo speranze. I Curdi, trovandosi di fronte al secondo esercito della Nato, in teoria dovrebbero già essere stati sconfitti mentre resistono nascondendosi sulle montagne.

In che modo ti sei approcciato al tema bellico?
Nel 1999 il presidente del Partito dei Lavoratori del Kurdistan era venuto in Italia per chiedere asilo politico.
La diaspora curdo-europea era venuta a sostenerlo e io ho vissuto quel periodo in prima persona. Portavamo coperte e aiuti a quelle persone e con molte di loro siamo diventati amici. Negli anni ho mantenuto vivo il mio rapporto con la diaspora curda e a un certo punto ho sentito il bisogno di fare qualcosa di più.

Perché hai scelto i fumetti per raccontare la guerra?
Perché i disegnetti, come li chiamo io, accorciano le distanze tra il lettore e il narratore. Inoltre sono un mezzo che risolve molti problemi nelle zone di guerra. Spesso infatti le riprese o le foto sono vietate, ma a me non possono togliere la matita.
Ho raccontato situazioni drammatiche e ho scelto di essere divertente non perché sono irriverente, ma perché credo che con l’ironia certi messaggi arrivino in maniera più forte.

Chi ha contribuito alla tua formazione artistica?
Ho avuto molti modelli ma mi sono ispirato soprattutto a Gilles Roussel, fumettista francese che ha come nome d’arte Boulet. Lui è stato tra i primi a dare una coscienza ai suoi personaggi e questo mi affascinava. Mi interessano anche la miniserie “Kick-Ass” di Mark Millar o “Saga” di Brian Vaughan perché riescono a raccontare storie classiche con
dei linguaggi moderni. Inoltre, leggo anche i fumetti della Marvel ma i supereroi, anche se mi piacciono, non mi rappresentano.

Quali sono state le tue letture negli anni?
Mi catturavano tantissimo gli horror e la fantascienza. Crescendo ho abbandonato quasi completamente questi due filoni e intorno ai 25 anni ho iniziato a seguire i noir e i western e mi sono appassionato alla letteratura americana contemporanea. Anche il fantastico mi interessa e “La spada di ghiaccio” di Topolino per me è un esempio perfetto di narrazione fantastica. Anche “Il trono di spade” è spesso presente nei miei fumetti sia perché per me è importante citare qualcosa che i lettori conoscano sia perché i draghi mi piacciono proprio.

“Strappare lungo i bordi”, la serie TV che hai creato e che è su Netflix, è stata subito un successo. Tu che tipo di spettatore sei?
Sono un grande fruitore di serie televisive e spazio da quelle che secondo me sono brutte, ma guardo tanto, a quelle più belle e interessanti che scelgo appositamente di seguire una volta al giorno.

Quale rapporto hai con i social?
Uso Facebook e Instagram e li curo io stesso, ma non racconto di me. Posto solo quello che produco.

Il successo ti ha cambiato?
Come fumettista sono sempre lo stesso e continuo ad utilizzare carta da fotocopia, matite e inchiostri proprio come agli inizi.