Arma dei Carabinieri: “Archeologia Ferita” i Caschi Blu della Cultura


Correva l’anno 1969 quando, in seno all’Arma dei Carabinieri, veniva istituito il primo reparto specializzato al mondo destinato alla prevenzione e repressione di reati contro il nostro patrimonio culturale. Ad un certo punto della sua storia il comparto iniziò anche ad occuparsi della messa in sicurezza del patrimonio culturale, in occasione di eventi calamitosi e situazioni di crisi. Questa struttura, originariamente chiamata Tutela Patrimonio Artistico (TPA), a partire dal 2001 assunse la denominazione di Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC). Abbiamo il piacere di avere con noi il Tenente Colonnello Lanfranco Disibio, Capo Sezione Operazioni e Logistica del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e “Casco Blu della Cultura” con un percorso nell’Arma significativo.

 

Tenente Colonnello, parliamo dei “Caschi Blu della Cultura”: da chi è formato il vostro comparto?
Il nostro comparto di specialità opera alle dipendenze funzionali del Ministro della Cultura (MiC) ed è formato da “Carabinieri” e non da esperti d’arte come erroneamente molti sono indotti a credere. Nell’ambito delle loro funzioni, infatti, i nostri militari devono mettere al servizio della tutela del patrimonio culturale le loro capacità di operatori di polizia giudiziaria, al fine di contrastare e prevenire i traffici illeciti di beni culturali in Italia e all’estero. Da qui l’esigenza di trarre le nostre risorse preferibilmente dai comandi territoriali e da altre unità investigative dell’Arma, scegliendo personale che abbia acquisito, per un tempo sufficiente, mentalità e tecniche di base che possano essere implementate con appositi corsi di specializzazione e qualificazione, per formare i così detti “investigatori dell’arte”. Il valore aggiunto di questo modello è rappresentato dal paradigma italiano di tutela, pensato su un sistema integrato e complementare che prevede una collaborazione quotidiana tra le nostre Unità, votate all’investigazione criminale, e gli esperti degli uffici centrali e periferici del Dicastero, dediti alla ricerca storica e scientifica del patrimonio culturale. I “Caschi Blu della Cultura”, sono, quindi, una Task Force formata da Carabinieri del TPC e da esperti del Ministero, che non fanno altro che replicare, con questa sinergia su scenari emergenziali e di crisi nazionali ed internazionali, lo schema italiano di tutela.

Possiamo definire i “Caschi Blu della Cultura” un’unità di pronto intervento sovranazionale?
Tecnicamente la Task Force è un’unità in grado di svolgere, in Italia e all’estero, in coerenza con il quadro normativo nazionale e internazionale, gli interventi a tutela del patrimonio culturale, pertanto non si tratta di un’entità sovranazionale, bensì di un team multidisciplinare di esperti italiani a disposizione, su specifica richiesta, di singoli stati o organismi internazionali. Considerata la necessità di garantire la massima tempestività dell’intervento, il TPC predispone, d’intesa con il Comando Generale dell’Arma, la pianificazione addestrativa e logistica del personale in modo che, alla ricezione dell’ordine di intervento, la Task Force possa essere rapidamente attivata, naturalmente rispettando i termini delle idoneità sanitarie che vengono di volta in volta valutate dai medici competenti, in funzione degli scenari su cui si deve operare. I militari del TPC e i Funzionari del MiC, chiamati ad intervenire nei predetti scenari emergenziali, all’atto dell’attivazione vanno a conformare un assetto di “contingenza”, mantenendo l’incarico e le funzioni che normalmente svolgono presso i loro comandi e uffici, che tornano a ricoprire al termine dell’emergenza.

Quali sono le professionalità che compongono la Task Force?
La Task Force è formata da una componente di personale dipendente del Ministero, della cultura, a cui compete la gestione tecnico-scientifica e da un’aliquota di militari del TPC a cui è demandata la gestione operativa-logistica delle missioni. La normativa attualmente vigente prevede la possibilità di integrare nel team esperti esterni al Ministero della Cultura, appartenenti a università, enti di ricerca e associazioni no profit sulla base di specifici accordi.

Quali sono le procedure operative d’intervento della Task Force “Caschi Blu”?
L’esperienza maturata negli anni ha insegnato che, prima di procedere alle attività di messa in sicurezza del patrimonio culturale in qualsiasi contesto emergenziale, è opportuno che siano concluse le operazioni di salvataggio delle persone ed avviate le procedure per l’individuazione di soluzioni alloggiative temporanee per gli sfollati. Tale accorgimento è funzionale ad evitare l’insorgere di possibili incomprensioni con le comunità che, ovviamente, avvertono come prioritaria l’esigenza di salvaguardare le vite umane rispetto a quella dei beni materiali. L’intervento della Task Force nelle missioni
a protezione del patrimonio culturale in aree di crisi segue procedure stabilite da un modello operativo, attivabile all’evenienza, che prevede le operazioni di messa in sicurezza dei beni a rischio di danneggiamento o perdita, compreso il trafugamento. Tali interventi possono essere effettuati con la permanenza dei beni in situ, come ad esempio i beni immobili, o con il trasferimento del patrimonio stesso in località sicure nel caso dei beni mobili. I criteri d’intervento dei “Caschi Blu” in Italia sono disciplinati da una specifica Direttiva del Ministero, i cui schemi attuativi sono stati in parte mutuati ed adattati per le attività all’estero da un apposito disciplinare operativo.

Sentiamo parlare della banca dati dei beni culturali “Leonardo”. Quali sono i punti salienti di questo strumento, in che modo contribuisce alle attività di monitoraggio e prevenzione?
L’oggetto delle nostre ricerche, cioè il “bene culturale illecitamente sottratto”, con eccezione alle gravissime ipotesi di distruzione per motivi ideologici, di guerra, religiosi, naturali o per l’incuria dell’uomo, ha una specifica caratteristica: la sua ontologica “persistenza”. Questa capacità di resistere al tempo, legata ai suoi contenuti storici, estetici, devozionali e commerciali, lo rende profondamente diverso da altre res destinate a essere superate dal consumo o dal progresso. Queste caratteristiche ci consentono di conservare nei secoli questo patrimonio che sovente, quando è stato oggetto di sottrazione, ha la capacità di riemergere sul mercato anche a distanza di moltissimi anni, facendo perdere le tracce sulla sua provenienza. È a partire da questa peculiarità che è fondamentale, per non perdere memoria di questi oggetti, dotarsi di una banca dati dedicata alla loro tracciabilità e identificazione, e ciò può avvenire efficacemente solo attraverso l’inserimento nel sistema delle immagini e delle descrizioni dei beni che vogliamo ricercare. Tale misura, se da un lato favorisce l’individuazione anche di quei beni che vengono modificati, come ad esempio mediante interventi di restauro dissimulativi o il loro smembramento, dall’altro rende l’oggetto più difficilmente commerciabile e, pertanto, meno appetibile anche per il mercato nero con possibili effetti di deterrenza. Per tali ragioni, il TPC nelle attività investigative si avvale della “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti”, un potente strumento informatico di analisi e catalogazione “di quanto è stato sottratto” che costituisce il più grande database al mondo nel settore, con più di 200.000 eventi, 7.900.000 oggetti censiti (di cui circa 1.200.000 da recuperare), e più di 770.000 immagini memorizzate.

Ogni missione è un contenitore di emozioni diverse: Colonnello, ci racconti un episodio che le è rimasto particolarmente impresso nella memoria.
Tutte le esperienze vissute in situazioni di crisi ed emergenziali mettono alla prova l’emotività, l’empatia e le capacità di risposta sia di chi è chiamato ad intervenire per i soccorsi, sia delle vittime coinvolte. Sono numerosi gli episodi che potrei raccontare che hanno visto come protagonisti i componenti della Task Force e le comunità interessate dalle attività di messa in sicurezza dei beni culturali. Da un lato, con orgoglio posso dire che i nostri militari in sinergia con gli esperti civili del Ministero hanno operato generosamente e senza riserve, molte volte in condizioni climatiche e di sicurezza critiche. Gli interventi effettuati all’interno di “zone rosse” e di immobili pericolanti, ispezionati ed evacuati grazie al fondamentale supporto dei Vigili del Fuoco, hanno richiesto coraggio e determinazione, memori di quanto accadde nel settembre del 1997, prima della nascita dei “Caschi Blu della Cultura”, quando ad Assisi, a seguito di quel terribile terremoto, crollò la volta della prima campata affrescata da Giotto, sotto la quale rimasero tragicamente uccisi due tecnici della Soprintendenza e due frati.

Possiamo paragonare i “Caschi Blu della Cultura” ai “Monuments Men” che operarono in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale?
Con il termine “Monuments Men” vennero chiamati, durante il secondo conflitto mondiale, i membri del programma “Monuments, Fine Arts, and Archives”. Si trattò di un’importante iniziativa, promossa dal Presidente Roosvelt nel 1943, che mirava a localizzare e recuperare le opere d’arte trafugate dai nazisti durante le ostilità. Tale compito venne affidato a un gruppo composto da più di 300 professionisti dell’arte, provenienti da nazioni diverse, come professori universitari, curatori, storici dell’arte, direttori di musei, che dal 1943 al 1946 svolsero un ruolo fondamentale nel salvataggio dei beni culturali dei paesi europei, sia attraverso attività informative rivolte alle unità combattenti per contenere, entro certi limiti, i danni al patrimonio culturale, sia attraverso iniziative concrete volte a rintracciare e recuperare le opere che erano state trafugate dai tedeschi. Si trattava di una Task Force che operava sotto il comando alleato e che venne integrata all’interno delle Forze Armate. Tale modello è stato sicuramente d’ispirazione per gli odierni “Caschi Blu della Cultura”, con la differenza che la componente di professionisti civili non è integrata all’interno di un sistema militare, che però è garantito dai Carabinieri del TPC.

Colonnello, ci permetta un’escursione: quali sono stati i suoi sentimenti ed emozioni quando ha assunto il Comando del Nucleo di Firenze e in seguito il trasferimento all’attuale prestigioso incarico?
Entrare a far parte del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale ha rappresentato per me un privilegio, non solo per l’opportunità che mi è stata offerta di venire in contatto con il mondo dell’arte e del bello e con professionisti di altissimo profilo del Ministero della Cultura, ma soprattutto per la possibilità di vivere l’emozione di poter dare il mio piccolo contributo, insieme ai miei superiori e collaboratori, nella tutela di questo incredibile patrimonio. Occuparsi di queste tematiche ha richiesto per me un salto di paradigma e un cambio di mentalità investigativa. Quest’ultima richiede una prospettiva che non si comprende se non si affrontano indagini che hanno come obiettivo principale il recupero di un bene culturale, anche quando il reato è prescritto o si è persa memoria degli autori del crimine.

Bene Colonnello la ringraziamo per essere stato con noi.

 

Lo stemma del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale venne realizzato alla fine degli anni ’80 su input del Generale Roberto Conforti e grazie al disegno del professor Abdayem Aziz Moussa. Artista d’origine libanese e naturalizzato italiano, nato il 3 gennaio 1947 e deceduto nel 2020, è stato un incisore ed insegnante dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Unico artista italiano ad aver collaborato con Joan Mirò partecipò, spesso, nelle indagini dei Carabinieri come consulente per l’arte moderna e contemporanea. Lo stemma del Comando, di forma circolare, riprende i colori blu e rosso dell’Arma dei Carabinieri che circondano la piazza del Pantheon di Roma secondo uno schema prospettico. Al centro il monumento stesso che simboleggia per eccellenza le tre discipline dell’archeologia, della storia dell’arte e dell’architettura. Anteposto al Pantheon, nella metà inferiore la granata tipica dell’Arma dei Carabinieri ed alla destra il drago dai cento occhi, figura mitologica in posizione difensiva che simboleggia la peculiare attività di tutela.

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