Il ruolo della donna nell’Islām. Il passato, il presente e il futuro


Intervista ad ‘Abd al-Sabur Turrini, Vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana

Incontro ‘Abd al Sabur Turrini in Piazza del Duomo, a Milano, al Camparino. La giornata è luminosa ed i colombi corteggiano i turisti per farsi dare qualche briciola. Li guardiamo per qualche minuto immersi nei suoni e nei colori della piazza. ‘Abd al Sabur, osservando i colombi, mi cita una frase di un mistico islamico: “Ogni creatura ha un linguaggio enigmatico con cui loda Dio, solo che noi non lo sentiamo”. E poi aggiunge: “Vedi, la verità delle cose, non è solo quella che appare in superficie, né quella che si vorrebbe sentire dire a conferma delle proprie convinzioni. Ognuno, che sia religioso o no, non può appiattirsi solo ai luoghi comuni, ma ricercare la verità e, nel caso di noi musulmani, sforzarsi, cercare di conoscere ciò che il Corano dice, imparare ad ascoltarlo, anche se talvolta sono i retaggi culturali o ideologici ad urlare più forte”. Poi ci sediamo ad un tavolino ed ordiniamo un tè. ‘Abd al Sabur è un Imam, ma, essendo anche italiano, non solo conosce bene il Corano e l’Islām, ma anche le opinioni che gli occidentali hanno nei confronti del mondo islamico, spesso confondendolo con derive tribali o consuetudini sociali.

Dato che è un uomo abituato ad affrontare con determinazione la vita, mi dice senza preamboli.
Tu vuoi che ti parli della donna e dell’Islām, vero? Per i lettori di Plus Magazine. E magari alla luce delle domande che le persone si fanno in base alle ultime vicende di cronaca.

Sì! È vero, specie in questo tempo dove gli integralisti di ogni parte si giustificano con la religione.
Guarda: la rivelazione coranica ha costituito un grande rinnovamento spirituale che ha inciso enormemente anche nella vita sociale, familiare e politica del tempo, contrastando usanze tribali e promuovendo, invece, il valore dell’uomo e della donna, creati secondo la forma divina e sottolineando l’aspetto dell’amore conoscitivo degli uni verso gli altri. Tuttavia, troppo spesso, è accaduto, accade e continuerà ad accadere, che anziché conformarsi alla realtà del testo sacro, della dottrina e dei suoi insegnamenti, si “importano” nella religione le istanze più misogine continuando a seguire le proprie abitudini, convinzioni o “saperi”, legati ad un gruppo sociale specifico, o in generale ad una “subcultura”, che induce, per ignoranza o per ideologia, le comunità a far propri atteggiamenti sessisti, di forte discriminazione verso il genere femminile. Anche al tempo del Profeta Muhammad, nonostante il messaggio universale dell’Islām rivolto a uomini e donne, c’era una forte resistenza culturale e abitudini di violenza inaudita verso il genere femminile, atteggiamenti che la stessa rivelazione coranica ha duramente contrastato.

E quindi?
E quindi, ad esempio, l’insegnamento coranico nobilita ed eleva la dignità della donna, il valore dato dalla coppia e denuncia l’abitudine tribale preislamica di sopprimere le bambine appena nate. E proprio per questo il Corano recita: “Quando si annuncia ad uno di loro la nascita di una figlia, il suo volto si adombra e soffoca (in sé la sua ira). Sfugge alla gente, per via della disgrazia che gli è stata annunciata: deve tenerla nonostante la vergogna o deve seppellirla nella polvere? Quant’è orribile il loro modo di giudicare”. Corano, XVI, 58-59.

Quindi vi è uguaglianza tra uomo e donna e non superiorità dell’uomo?
Certo: uomini e donne sono uguali di fronte a Dio, e questo è affermato chiaramente nel Corano e nella Sunna, l’insieme delle tradizioni riferite ai detti e ai fatti del Profeta Muhammad, che costituiscono la base di ogni riferimento dottrinale e legale per l’Islam, e sono anche fondamento della shari’a e del diritto islamico, il fiqh. Così è scritto: “Non manderò perduta una sola opera di voi che operate, siate maschi o siate femmine, che gli uni vengono dagli altri” Corano, III, 195. “O uomini! Temete Iddio, il quale vi creò da una persona sola. Ne creò la compagna e suscitò da quei due esseri molti uomini e molte donne; temete dunque quel Dio nel nome del quale vi chiedete favori l’un l’altro, e rispettate le viscere che vi hanno portato, perché Dio è su voi che vi osserva”. Corano IV, 1-2. O ancora: “Chi opera il bene, sia esso maschio o femmina, purché credente, lo vivificheremo a vita dolce e li premieremo del premio loro, per le cose buone che avranno operato” Corano XVI, 97.

So che ci sono momenti molto forti negli insegnamenti del Profeta, a questo riguardo.
Sì. Ad esempio, nel sermone enunciato nel corso del suo ultimo pellegrinaggio alla Mecca, dove, oltre al richiamo alla corretta interpretazione e pratica dei pilastri dell’Islām, ricordò la necessità di rispettare le donne, il Profeta Mohammed disse queste forti parole: “Gente, è vero che avete alcuni diritti sulle vostre donne, ma anche loro hanno diritti su
di voi… Trattate bene le vostre donne e siate gentili con loro…”. E ancora: “Il Profeta non percosse mai di propria mano né una delle sue mogli .. né nessun altro”, ed anche: “Il Profeta diceva: non picchiate le donne”, aggiungendo: “solo i peggiori di voi ricorreranno a simili metodi”.

Ma perché allora oggi la donna, in alcune comunità islamiche, diventa oggetto di segregazione, subordinazione, violenza e prevaricazione?
Posso solo dirti che l’esclusione, la separazione dei sessi, la discriminazione della donna, tutte le limitazioni imposte nel lavoro e nella casa, non sono in conformità con gli insegnamenti islamici.

Ma la questione del velo?
La questione dell’hijab è diventata un campo di battaglia ideologico e i fondamentalisti ne hanno fatto un simbolo identitario e un obbligo, mentre in Occidente il velo è stato visto soltanto come un ritorno al medioevo. La verità è che nel mondo islamico vi sono donne che lo portano e donne che non lo indossano. Ciò non significa che chi non lo porta non sia una buona musulmana, né che chi lo porta dovrebbe invece toglierselo per emanciparsi secondo i canoni occidentali. Forse bisognerebbe concentrarsi su aspetti più essenziali e meno marginali, trovando quella misura, mizan, che nell’Islam è fondamentale, dato che la retta via si basa sempre sulla via di mezzo, lontana da ogni estremismo. Tornando, invece, al testo sacro, nel Corano non vi è alcun riferimento all’obbligo di indossare il velo da parte delle donne. Gli unici versetti attinenti sono nel Corano, XXIV, 30-31: “E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d’un velo” e nel Corano, XXXIII, 59: “O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano con dei loro mantelli (jalababībihinna); così da essere riconosciute e non essere molestate. Ma Dio è indulgente clemente!”.

Puoi darcene una corretta interpretazione?
Certamente. Nel primo versetto si deve leggere un invito alla modestia, al pudore e al decoro, che si estende anche agli uomini, e nulla viene detto sui capelli o sul coprirsi completamente il viso dietro un niqab. Nel secondo versetto, chiunque comprende che il “mantello” non serviva alle credenti e alle donne della famiglia del Profeta, per segregarle, ma invece serviva ad identificarle e a proteggerle, per evitare che fossero molestate. Ti ricordo che a Medina c’era ancora all’epoca un forte retaggio di concezioni misogine e tribali.

Quindi le interpretazioni del fondamentalismo sono distorte dal corretto insegnamento?
Sì. Per i salafiti, ad esempio, la donna, oltre ad messere tenuta ai margini della vita sociale e lontana dalla moschea, è divenuta anche lo strumento principe di rivendicazione identitaria e culturale con l’imposizione del hijab. Si vuole far credere che le limitazioni della donna siano il certificato del vero carattere islamico e aderente alla shari’a di uno stato islamico. Ma si tratta solo di un’utopia retroattiva dell’Islam salafita o, sempre per scelte politiche, di stati islamici, come ad esempio l’Iran, l’Arabia Saudita o l’Afghanistan.

Vedere donne uccise in nome di Dio riempie di sgomento e di tristezza, oltre che di rabbia.
Certamente, e il pensiero corre a Mahsa Amini, uccisa dopo l’arresto da parte della polizia morale in Iran, e di tutte le altre che hanno subito vessazioni dettate solo dall’ignoranza degli uomini ed aggravate da Imam o predicatori impreparati o con una formazione “fai da te”, che distorcono il testo sacro, in buona o cattiva fede.

Ma ci sono state donne, nella storia dell’Islām, che hanno lasciato un segno?
Anche qui devo dirti di sì. Ci sono molte figure femminili di grande importanza. Vale la pena ricordarne alcune, per contrastare una visione islamista bigotta e sessista. Ad esempio, il Profeta Mohammed, quando era assente, aveva scelto una donna, Umm Waraka, come Imam per la sua intera famiglia, che comprendeva donne e uomini, e per una parte della comunità. Egli riteneva che la preparazione spirituale di Umm Waraka fosse profonda ed esaustiva, tanto che il Profeta Mohammed stesso predispose anche che un muezzin chiamasse i fedeli alla preghiera da lei condotta. Poi voglio ricordare Khadija, moglie del Profeta Mohammed, prima testimone e forte sostegno della sua missione profetica, che era anche un’imprenditrice di successo. E ancora Fāṭima bint Mohammed, figlia del Profeta Mohammed e di Khadija, che fu la moglie del quarto califfo ‘Alī Ibn Abī Tālib, cugino del Profeta, e che si distinse per le sue elevate virtù spirituali, per la fede ed anche per i miracoli che compiva; ed è indimenticabile Fatima al-Fihriyya, che fondò nell’859, l’antica Università del Marocco, al-Qarawiyyin Mosche University. Mi piace, inoltre, ricordare anche una figura anonima, al-Khazindarah, letteralmente la tesoriera, la donna che fondò e fece costruire una tra le più importanti università islamiche, l’Università al-Azhar al Cairo.

Perché di queste donne si parla poco?
Perché hanno dovuto fare i conti con la misoginia tribale, che si trascina ancora fino ad oggi, anche se ciò che più ci colpisce è l’indifferenza o la volontà di dimenticare, la vita, i detti e i fatti di queste donne.

Cosa si può fare?
Direi: cosa si deve fare. A mio avviso si deve insistere sul valore della conoscenza, che sia lo studio e l’interpretazione del Corano, della tradizione profetica, o della dottrina e degli insegnamenti dei maestri. Ma soprattutto, si deve essere capaci di vivificare la religione, in armonia con il proprio tempo e spazio. Per l’Islām, uomini e donne, hanno un’origine ontologica comune, e Dio si è compiaciuto di mostrarsi, tra i suoi segni, nella loro unità e amore. La violenza di genere rappresenta, un “fare torto a se stessi” dato che uomini e donne, “provengono gli uni dagli altri”.

Un’ultima parola per i nostri lettori?
La conoscenza della propria religione può servire ad evitare fraintendimenti e pregiudizi anche sulle confessioni degli altri. Esiste una responsabilità islamica “interna”, attribuibile a fedeli, Imam e guide religiose, ma esiste anche la responsabilità di ogni religione di saper mettersi in relazione con tutte le altre.