Francesca Comencini: “sono una outsider”


La regista si racconta e anticipa il suo ultimo lavoro, un western al femminile, presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma, prima dell’esordio nel 2023 su Sky e NOW TV. “Essendo nata in una famiglia di cinema, ho trascorso parte della mia vita cercando di essere una outsider”. Francesca Comencini esordisce così in un incontro
con il pubblico organizzato dal Job Film Days, festival torinese che unisce cinema e lavoro. Il suo voler andare contro la travolge: specie agli inizi di carriera desiderava distanziarsi dagli affetti per distinguersi e meglio riconoscersi. Il suo è un percorso professionale – come lei stessa afferma – “all’insegna dell’autenticità e della realtà”, fatto di un immenso
lavoro di analisi, con uno sguardo attento ai fatti, alle relazioni, all’umanità come parte di un sistema. Regista e sceneggiatrice, è la più piccola delle quattro figlie di Luigi Comencini: Paola è scenografa e costumista, Eleonora direttrice di produzione e Cristina regista e scrittrice. Un padre che, solo per citare un esempio della sua straordinaria carriera, ha diretto De Sica e Lollobrigida in “Pane, amore e fantasia”, film che lanciò la commedia italiana nel mondo. Francesca va giovanissima a vivere in Francia, dove rimane per quasi vent’anni. Qui diventa moglie, madre e dirige il suo primo film, basato sulla storia di due tossicodipendenti, dal titolo “Pianoforte”, vincitore del Premio De Sica al Festival di Venezia. Successivamente, con il padre collabora alla stesura della sceneggiatura per “Un ragazzo di Calabria”, prima di dirigere “La luce del lago” e “Annabelle partagée”. Più di trent’anni di cinema e arti visive espresse ai massimi livelli in cui si dedica ai documentari come “Elsa Morante”, “Shakespeare a Palermo” e “Carlo Giuliani ragazzo”, incentrato sui fatti del G8 di Genova, e dirige film come “Le parole di mio padre”, “In fabbrica” e “Mi piace lavorare (Mobbing)”, vincitore al Festival di Berlino del premio ecumenico. Poi “Lo spazio bianco”, in concorso a Venezia, così come “Un giorno speciale”, per il quale firma regia e sceneggiatura. L’anno dopo, dal romanzo omonimo, sceneggia e dirige “Amori che non sanno stare al mondo”, un film sulla fragilità dell’amore. In tanti l’hanno riscoperta per la regia in “Gomorra” e altri per il suo impegno nella lotta per i diritti delle donne, attraverso il movimento “Se non ora quando?”. All’ultimo Festival del Cinema di Roma presenta “Django-La serie”, una coproduzione Italia Francia e Sky Original per la quale firma la direzione artistica e la regia dei primi quattro episodi. Un omaggio al film di Corbucci con Matthias Schoenaerts protagonista e con Noomi Rapace, antagonista di Django. L’attrice svedese a Roma riceve il Premio Progressive dedicato alle figure che, pur avendo iniziato da poco la carriera, hanno già lasciato il segno.

Nella saga familiare di “Django” si manifesta un’evidente crisi dei codici della virilità.
Il western era adorato da noi ragazzi degli anni Settanta, Quei film, che incitavano alla ribellione contro il potere, hanno  avuto un ruolo importante nella mia formazione di giovane ribelle. Una tradizione leggendaria che abbiamo rispettato e omaggiato. Ed era anche il genere che più di tutti aveva codificato la virilità maschile. Per me è stato interessante raccontarne la crisi attraverso il genere che più di tutti l’ha esaltata. Django è un antieroe, diverso nel suo avere crisi intime legate alla sfera affettiva.

Per oltre vent’anni la sua vita si è svolta a Parigi. A soli 19 anni lascia l’Italia. Come mai?
Per rispondere devo raccontare di mio padre che a sei anni con la famiglia dovette emigrare per motivi economici in Francia. La sua è stata un’infanzia difficile. Era un bambino solitario, lo racconta in un suo libro di memorie. Da ragazzino molto timido quale era, il giorno che finalmente ottenne un appuntamento con una ragazza, nell’aspettarla, forse spinto dalla paura, decise di nascondersi in una sala cinematografica. Non sapeva cosa fosse il cinema. A soli 13 anni pensò che il cinema sarebbe stato la sua vita. Era grato alla Francia che gli aveva fatto scoprire il suo grande amore. Quando decisi di andare in Francia, mi trovavo in condizioni completamente diverse dalle sue, però non ero felice e non riuscivo più a stare in Italia. Papà mi accompagnò. Per me è stato un periodo di formazione. I miei tre figli sono nati lì. Questa scelta di vivere in Francia mi ha connessa in maniera profonda con mio padre. Sentirsi italiani con un piede sempre un po’ fuori, anche questo rientra nel mio essere una outsider.

Cosa si porta dietro di suo padre e cosa invece ha preferito abbandonare?
Ho cercato di costruire una mia strada un po’ in opposizione alla mia famiglia, a partire dal mio primo film “Pianoforte”: mio padre lo criticò molto perché in parte era autobiografico e lui detestava l’autobiografia. Ho vissuto con disagio l’essere percepita una figlia d’arte, cercavo di meritarmi ogni cosa, in maniera anche sofferta. Profondamente, spero che la parte più riuscita di un mio film si possa avvicinare alla parte meno riuscita di un film di mio padre. Ho cercato di declinare
i suoi insegnamenti a modo mio. Mio padre ha raccontato la storia di questo paese. Nella sua inchiesta sull’amore in Italia
ha dato voce al femminismo, all’amore non solo come passione ma come fenomeno politico e sociale. In questo mi riconosco. “In fabbrica”, “Un giorno speciale” e “Mi piace lavorare” sono tre film dedicati al lavoro.

Cosa l’ha portata a raccontare questo mondo?
Dopo i documentari su Elsa Morante, dedicato ad una immensa scrittrice e pensatrice, e su Carlo Giuliani, ho cominciato a pensare al tema del lavoro, della persona e delle condizioni sociali. Mi è stato chiesto di impiegare l’immenso archivio delle Teche Rai e io decisi di raccontare la storia del movimento operaio, dagli anni Cinquanta fino agli albori degli anni Ottanta, fino alla fabbrica di oggi dove ci sono molte operaie donne e straniere. Questi estratti raccontavano il cinema e la tv, era un periodo in cui i grandi registi si occupavano di fabbriche. Nasce così “In fabbrica”: partendo da materiali esistenti ho voluto dare un mio sguardo espresso dal montaggio.

Come si raggiunge una sintesi di fronte a tanto materiale?
Serve molto tempo. Per arrivare alla sintesi bisogna conoscere, entrare dentro le storie, nelle vite. E non bisogna ancorarsi al passato. Noi italiani dovremmo evitare il sentimento della nostalgia che impedisce la memoria. Non bisogna rimpiangere quel che c’è stato ma bisogna conoscerlo, rispettarlo, criticarlo, attraverso un processo di assimilazione
e riconoscimento di qualcosa che è in noi, non di rimozione. La nostalgia porta alla rimozione, a dire – sbagliando
– che tutto prima era bello.

Si nota una sua propensione a scrivere o coscrivere le sceneggiature. Come mai?
Quello che conta per me è dare un grado elevato di realtà, intesa non come realismo ma come autenticità. Lo si ha mettendo qualcosa che io conosco bene o che se non conosco direttamente riesco a capire partendo da me. Anche nei personaggi molto lontani da me ho il bisogno di riuscire a capire il loro mondo reale. Per questo mi piace entrare nella scrittura. Elsa Morante diceva che c’è molta più realtà in una favola di Grimm che in un documentario realista. Ho bisogno di trovare un percorso che mi faccia sentire, emotivamente, come fare le scene. Partecipare alla scrittura mi permette di fare questo passaggio.

La vita reale torna nel film “Mobbing”, interpretato da Nicoletta Braschi.
Ci sono due motivi per cui scatta il mobbing nei confronti delle donne: uno riguarda le molestie e l’altro si verifica nel 90% dei casi quando si diventa madri. Questo film è un ritratto di una donna che lavora e cresce da sola la figlia. Allo sportello per il mobbing della Cgil ho filmato i racconti di donne che avevano subito mobbing. Da qui ho tratto la storia del film, basata sui racconti di persone completamente devastate da persecuzioni, isolamento e gogna. La parte con cui emotivamente mi sentivo di entrare più in contatto era quella che queste donne non riuscivano a raccontare per vergogna: il mobbing le spingeva all’esaurimento totale e non riuscivano più ad occuparsi dei figli, così si sentivano cattive madri. Nel film è la figlia della protagonista ad aiutarla a sconfiggere i suoi aggressori.

Anche in “Gomorra” c’è un suo sguardo reale al tema del lavoro.
In una puntata ho trattato la costruzione ex novo di una piazza di spaccio come luogo di indotto lavorativo in funzione 24 ore al giorno, raccontandolo in modo antropologico: vedette, turni, fabbri che creano grate, case occupate. Un vero sistema lavorativo pianificato in ogni dettaglio. In un altro episodio ho trattato il posto di lavoro come merce: il fatto che i disoccupati per poter lavorare pagano alla camorra 15mila euro per avere un lavoro in ditte che erano state ricomprate dalla malavita.

A proposito di lavoro si parla tanto anche di smart working.
È un tema da indagare: da casa sembra di non lavorare mai e invece si lavora sempre. Oggi andrebbe raccontato anche l’agire sulla psicologia per insinuare il dubbio di meritarsi davvero un lavoro. Accade in modo preventivo sui giovani, all’ingresso nel mondo del lavoro. Mi appassiona raccontare i destini individuali dentro ai sistemi sociali. La correlazione dell’esistenza delle persone con le modalità di lavoro è un tema spesso troppo ignorato.


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