L’amore perduto e la vita da ritrovare, guardando il cielo


Daria Bignardi presenta “Oggi faccio azzurro”, una storia piena di leggerezza e di profondità, di grazia e di tenerezza, che esplora la relazione che ognuno di noi ha con il dolore.

Chi più chi meno ormai tutti, al tempo del Covid, abbiamo partecipato a presentazioni online di vario genere: workshop, webinar, conference call e così via. Nessuna eccezione naturalmente per gli appuntamenti letterari he, anzi, si sono moltiplicati e hanno avuto platee più ampie vista l’assenza della formula “ad ingresso libero fino ad esaurimento dei posti”. Così, paradossalmente, gli appuntamenti sono stati più seguiti e, grazie al contesto spesso domestico, si sono svolti anche in un ambiente per così dire più confidenziale. Di recente alcuni incontri hanno visto protagonista Daria Bignardi, invitata a presentare il suo ultimo romanzo “Oggi faccio azzurro”, edito da Mondadori. Conduttrice e scrittrice, la giornalista ha ideato programmi cult come “Tempi Moderni” e “Le Invasioni Barbariche” e condotto, tra gli altri, il primo “Grande Fratello”. Fino a luglio 2017 è stata Direttrice di Rai 3. Firma di Vanity Fair, su Radio Deejay ha condotto per anni il programma di libri “La mezz’ora Daria”. È autrice di sei romanzi tradotti in molti paesi: dal mémoire d’esordio “Non vi lascerò orfani” a “Storia della mia ansia”. Nel 2018 ha esordito a teatro con un ciclo di letture e l’anno successivo è tornata in tv con “L’Assedio”. Nel seguire le varie presentazioni in streaming ci siamo imbattuti in un incontro, intimo e coinvolgente, organizzato da una libreria della provincia di Imperia, che ha visto Daria Bignardi confrontarsi e rispondere alle curiosità dei suoi appassionati lettori, in realtà per lo più donne, iscritte al gruppo social
“Autori in Salotto”.

Prima curiosità: che lettrice eri da bambina?
Al ritorno da scuola aspettavo la mamma per pranzare, lei faceva la maestra e quindi arrivava un pochino dopo, mangiavamo insieme e poi io mi sedevo sul divano in soggiorno e stavo tutto il pomeriggio a leggere fino alle otto di sera. Non ricordo di aver mai fatto compiti, almeno alle elementari, alle medie forse. Alla sera ero stordita dalla lettura. Avevo anche un rito: baciavo il libro che mi era piaciuto moltissimo con tre baci, due se mi era piaciuto abbastanza e uno se mi era piaciuto poco. Non mi rendevo conto che era un po’ come mettere le stelline del gradimento, mi veniva naturale. Tanti anni sono passati così: nei nove mesi non estivi non uscivo mai perché il clima a Ferrara è un po’ nebbioso. Avevo anche una mamma molto ansiosa che preferiva rimanessi a casa. E stavo a casa a leggere beata! Come tutte le cose che fai da bambina ti rimangono per sempre. È come quando si vedono delle signore molto dritte, ecco si capisce che hanno fatto ginnastica, magari da piccole. Io continuo a leggere molto e a riposarmi leggendo. Anche quando alla sera vorrei guardare un bel film, una bella serie tv, mi ritrovo invece a leggere perché sono troppo stanca e leggere mi è più familiare, mi rilassa, è una cosa che ho sempre fatto e non c’è niente di particolarmente nobile nel farlo. L’uomo è un animale abitudinario.

Qual è stato il libro che ti ha fatto innamorare della lettura?
I primi sono stati libri illustrati, avendo iniziato molto presto a leggere, credo addirittura a quattro anni. Quelli di cui ricordo titolo, autore e trama e che ho riletto almeno quindici o trenta volte sono stati i romanzi della Alcott, “Piccole donne” e “Piccole donne crescono”. Naturalmente volevo essere Jo, mi sentivo lei ed ero entusiasta di quella storia. Anche lei era una grande lettrice. Andava a leggere sull’albero, sgranocchiando le mele. Anche io sul divano mangiavo delle arance, le rompevo a metà e le succhiavo, una cosa schifosa (ride).

Le tue storie dove nascono?
Anche quelle secondo me sono nate in quegli anni, in quella bolla nebbiosa e un po’ solitaria, immersa nelle letture. Intorno a me avevo il teatro della mia famiglia: mia madre, mio padre, mia sorella Donatella e il mio gatto Micione che era per me mio fratello. Poi d’estate c’erano anche gli altri parenti, perché a giugno e a settembre si andava dai
nonni in campagna e lì vedevo i miei cugini. Allora la scuola aveva quattro mesi di vacanza, in agosto andavamo ai Lidi Ferraresi e lì ai tempi – stiamo parlando di un’altra era geologica – c’erano addirittura i cavallucci marini. In queste vacanze, finalmente, vedevo i miei simili che per tutto il resto dell’anno erano solo i miei compagni di scuola. Ma soprattutto stavo un po’ all’aperto. A casa osservavo molto la mia famiglia che è comunque simpatica, divertente e anche un po’ strana. Mia madre era una grande lettrice e una grande narratrice. Insomma, avevo intorno dei gran romanzatori: i miei erano emiliani di Castel San Pietro, mia madre aveva sangue romagnolo e quando si andava al ristorante la domenica si facevano congetture sui presenti ai tavoli vicini, si cercava di capire se uno era lo zio o se un altro poteva essere l’innamorato della signora a fianco. Mia madre romanzava tutto, io stavo lì adascoltare e secondo me ho proprio respirato quest’aria da piccola e ho cominciato a romanzare anche io, a guardare il mondo intorno a me per raccontarlo. Il mio primo libro, infatti, è stato un mémoire, uscito dodici anni fa, molto amato dal pubblico perché molto sincero, un libro che in realtà stavo scrivendo da una quarantina d’anni.

Veniamo a “Oggi faccio azzurro” e alla storia di Galla, la protagonista. Raccontiamola a partire dal titolo e dalla copertina.
“Oggi faccio azzurro” è un modo di dire tedesco usato soprattutto al passato per dire: ieri non sono andato a lavorare. È un’espressione che viene dal Medioevo quando gli artigiani avevano un solo giorno libero e in quel giorno guardavano il cielo. Ovviamente è una metafora, come tante altre in questo libro, dove tutti i personaggi sono in un momento di sospensione dalle loro vite, in cui non fanno quello che facevano prima. La copertina ha un’immagine che è molto importante per questa storia: nel romanzo si parla di questo dipinto che è della pittrice Gabriele Münter. Da giovanissima Gabriele aveva perso entrambi i genitori ed era andata con la sorella a fare un viaggio in America alla ricerca di parenti lontani. Rimasta orfana e con una discreta eredità, ha con sé una macchina fotografica e nel viaggio in America fa centinaia di foto. Torna in Europa e decide di dipingere sul serio. Allora le scuole d’arte non erano aperte alle donne ma a Monaco ne trova una dove iscriversi. Qui insegnava Kandinskij. Non era ancora il Kandinskij che conosciamo noi, era già un pittore ma aveva studiato diritto ed economia a Mosca ed era arrivato a Monaco con la moglie russa. Incontra Gabriele che aveva dodici anni in meno di lui. I due si innamorano. Di lei Kandinskij dice che ha un grande talento e che non aveva niente da insegnarle. Vivono anni di grande amore e di condivisione artistica. Ho scoperto questo dipinto visitando una mostra in un mio viaggio a Monaco, avevo da poco iniziato a scrivere la storia di Galla. Leggendo la storia di Gabriele rimango impressionata perché hanno un sacco di cose in comune con la mia protagonista. Così inizio a immaginare la voce di Gabriele che parla alla mia Galla. Galla è disperata perché è stata lasciata dal marito, in un modo improvviso e crudele, o almeno lei lo ha vissuto così. Non se ne fa una ragione. Non lavora, mangia pochissimo ed esce solo per andare dalla psicanalista. Questo fino a quando Galla sente la voce di Gabriele, che è sicuramente importantissima in questa storia.

Ci sono vari personaggi che si introducono, anche con un cambio linguistico. Tutti si presentano molto bene e poi piano piano entrano nella storia. Galla li incontra per caso, o forse no, andando proprio dalla psicanalista…
A me piace molto Anna Del Fante, è il contrario di come dovrebbe essere una psicanalista, è così poco ortodossa, si affeziona, è divertente e misteriosa. Galla è in quella fase del trauma da abbandono in cui ci si danno tutte le colpe di quello che è successo. La psicanalista cerca di farle capire che passerà. Da lei vanno anche Bianca e Nicola. Anche loro vivono un abbandono. Anche Kandinskij lascia Gabriele quando scoppia la guerra e deve tornare in Russia. Prima di partire, visto che lui è sposato, viaggia molto con Gabriele e lei sottolinea spesso di essere stata al suo fianco quando Kandinskij è diventato Kandinskij, negli anni in cui ad esempio l’artista dipinge il primo acquarello astratto della storia. Dopo aver vissuto intensamente con Gabriele, Kandinskij scompare all’improvviso e lei resta ad aspettarlo per molto tempo, fino a quando viene a sapere che lui si era risposato tre mesi dopo con una diciassettenne. L’aveva lasciata nell’oblio.

Sul cambio linguistico cosa ci dici?
Beh, intanto, mi sono divertita molto nello scrivere come Gabriele si rivolgesse da fantasma all’uomo che l’ha lasciata, con rabbia e anche con qualche parolaccia. A proposito del cambio linguistico mi ha fatto piacere una recensione che è comparsa sul profilo Facebook dello scrittore Stefano Sgambata, che stimo molto e che ha colto tante cose del romanzo che per me sono importanti come la ricerca linguistica dei vari personaggi. Tutti parlano in modo diverso. E poi ci sono i detenuti del coro perché Galla partecipa a un progetto dentro un carcere quindi sono tutte voci diverse, però, mi sembra di poter dire che sono molto credibili, nonostante la presenza del fantasma (sorride).

Da dove nasce questa tua curiosità per il carcere?
Ho sempre avuto curiosità per il carcere, tant’è che abitando anche vicino al San Vittore a Milano ho cominciato a lavorare con i detenuti al giornale del carcere. Per anni mi sono anche scritta con un condannato a morte che poi hanno ammazzato e dico ammazzato e non giustiziato perché non c’è giustizia nell’uccidere qualcuno. Ho fatto anche io parte di un coro come Galla in un reparto dove ci sono detenuti con problemi di tossicodipendenza, che in quanto malati seguono anche terapie artistiche e psicologiche. La realtà del carcere è dolente: ci sono persone molto sfortunate che vengono da situazioni difficili e che spesso hanno a loro volta i genitori detenuti. Il carcere è un posto dove arriva un’umanità particolarmente sofferente, problematica, e quindi ci si appassiona a queste storie, in maniera particolare da scrittore, lo dico proprio biecamente. In carcere ci si parla subito molto direttamente, senza sovrastrutture.

In questa storia di dipendenze affettive e non solo anche la musica ha un suo ruolo.
C’è il rapper Temptation, che è un po’ punk e un po’ emo ed è esistito veramente. Nella storia è l’ossessione di Bianca, una ragazzina che lo ascolta continuamente. In particolare ascolta un verso della canzone “Il rimedio del cuore spezzato” che dice “perché sono così innamorato”. Quella canzone è veramente straziante, bellissima. Temptation aveva un grande talento, purtroppo è stato ucciso a vent’anni durante una rapina. La sua è la storia di una vita disgraziata, credo sia andato in carcere per la prima volta a 13 anni. Temptation si chiedeva perché stesse soffrendo così tanto. Bene, rivelo che dietro a tutta questa sofferenza per amore c’è probabilmente dell’altro, che proviene dall’infanzia, un nodo da sciogliere, un buco da riempire, che il lettore scoprirà leggendo questa storia.

Anche i colori sono importanti in questo libro pieno d’arte.
Il colore di Kandinskij era l’azzurro, lui diceva che l’azzurro tanto è più scuro tanto più suscita in noi la nostalgia della purezza e dell’assoluto. Sul rosso diceva che con l’azzurro producono insieme una strana e misteriosa armonia e, infatti, la psicoanalista indossa sempre questi due colori. Troviamo anche il giallo, Galla da bambina veniva chiamata gialla per il suo colorito e poi ci sono Bianca, la ragazzina, e Rosa, la donna che ha lasciato Nicola, che oltre ad avere un’ossessione per un organo femminile, è ossessionata anche da Rosa Luxemburg. Pur essendo critico nei suoi confronti, Nicola è molto attratto dai suoi scritti, che un’amica gli regala. Nicola capisce subito di avere a che fare con un personaggio geniale.

Cosa speri che rimanga di questo libro al lettore?
Quello che vuole. Questa è una delle magie meravigliose del leggere! Trovo che per quanto sia magnifico trovare cose in comune, altrettanto bella sia la differenza, perché ci sarà sempre qualcosa che parla soltanto a te e in quel modo: un personaggio, la musica, i colori, la vicenda di questi pittori espressionisti, il linguaggio, le litigate tra Galla e Gabriele, la
condizione del carcere. Chi ha letto il libro mi dice che fa ridere e che, però, è anche commovente, quindi spero che si diverta, si commuova e porti con sé le sfumature di questi personaggi.