Daniele Silvestri celebra i 25 anni di carriera con un tour autunnale


Avere la terra sotto i piedi

Con l’uscita del singolo “Prima che”, estratto dall’album “La terra sotto i piedi”, Daniele Silvestri annuncia che tornerà ad esibirsi dal vivo con una lunga serie di date in programma dal prossimo autunno. Una tournée che ripercorrerà 25 anni di carriera scanditi da successi come i brani cult della musica italiana “Salirò” e “La paranza”, e farà conoscere l’ultimo progetto discografico. Accompagnato da una affiatata band, calcherà i grandi palchi dei palasport per la prima volta da solo nella storia dei suoi live, dopo il successo in trio con Max Gazzè e Niccolò Fabi in “Il Padrone della Festa” e il concerto-evento del 2017 al Forum di Milano con Manuel Agnelli, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Max Gazzè, Niccolò Fabi e Diodato.

Il nuovo album

Svelando le tracce del nuovo album, come lo chiama quando sorridendo si definisce “un vecchio”, il cantautore romano ha scritto in un post: “Non è solo un freddo elenco, come può legittimamente sembrare, bensì il frutto di un lavoro difficile, appassionato, meticoloso… Forse un po’ anacronistico visto quanto è cambiato il modo in cui tutti fruiamo della musica… ma io continuo a pensare un album come una cosa che ha un inizio e una fine, e in mezzo un lungo e – spero – immaginifico viaggio da fare insieme”. E poi su un altro post scrive: “Tre vinili, sei singoli, il nono album: abbiamo preso una lunga rincorsa fatta di curiosi salti a multipli (di tre) verso il nuovo disco”. Il primo vinile è già uscito e contiene i brani “Complimenti ignoranti” e “Tempi modesti”. Nel disco sono insieme ad “Argentovivo”, la canzone che l’artista ha presentato al Festival di Sanremo con Rancore, brano che ha ricevuto il Premio della Critica Mia Martini, il Premio della sala Stampa e quello per il miglior testo.

“Argentovivo”. Com’è nata la volontà di dare voce a questa categoria?

Ci sono due motivi contemporanei molto evidenti. Il primo è che sono genitore di tre figli, di cui due adolescenti, di 15 e 16 anni. Ci sono entrambi, in quella canzone, anche se il brano è iperbolico ed estremo. Nel mio ruolo di padre mi sono trovato in difficoltà e con la sensazione di rapportarmi con una generazione che vive in un mondo molto diverso da quello dove sono cresciuto io. In quest’epoca il distacco generazionale è più netto. Rispetto ad altri momenti storici, però, è più labile da individuare.

Sul palco dell’Ariston hai proposto questo brano con un’interpretazione scenografica, quasi teatrale.

La scelta di dare voce a un sedicenne può sembrare presuntuosa e volevo farlo condividendo la responsabilità con altri punti di vista in un’ambientazione quasi cinematografica. Sono partito già sapendo di voler fare una cosa con orchestra e batteria, scandendo bene i momenti, i ritmi dell’anima. In qualche modo l’argento vivo stesso viene reso in tanti modi, non solo con la canzone ma anche il grimaldello di entrare con ogni singola parola.

Hai raccontato di aver scritto su Facebook che per il disco nuovo avevi spazio per altri argomenti, chiedendo ai tuoi fan dei suggerimenti. Com’è andata?

Bene, sono arrivati centinaia di messaggi che mi sono letto ridendo, anche piangendo. Me ne sono trascritti alcuni, ma al di là di cose dettagliate e alcune geniali che tengo da parte e che magari mi ritroverò tra anni, molti dicevano che avrebbero trovato giusto parlare di adolescenza, di educazione, di scuola, e questo coincideva con la mia crisi da padre. Quello che davvero non accetto è che in un sedicenne possa non esserci la voglia di spaccare tutto, di cambiare le cose. Vedere morire questo è una delle scoperte più dolorose per un padre.

Perché hai scelto Rancore per “Argentovivo”?

Rancore mi è stato suggerito da qualcuno sui social, non sapendo che ci stavo pensando da un po’, perché mi piace molto come scrive. Quando ho finito di scrivere la mia parte di testo di “Argentovivo”, ho pensato si potesse dire ancora qualcosa, ma avevo bisogno di qualcuno che avesse un altro modo nel farlo. Mi piace molto come dice le cose Rancore. Lui mi ha capito molto bene, gli avevo chiesto di essere quella parte di lui che amo tanto, quel sentimento quasi rabbioso. In alcune sue canzoni ha questo modo anche esagerato, disperato, di urlare e di cantare e quando lo fa con delle parole particolarmente poetiche, ecco questo contrasto mi piace molto. A Sanremo nella serata dei duetti abbiamo fatto il pezzo proprio così come lo avevamo immaginato, nella stessa versione del video-clip che gira su youtube dove il racconto è giusto in tutti i suoi elementi.

Un videoclip che ha superato quota 1 milione e 600mila clic. Il tema del rapporto padre figlio funziona, come si è visto anche all’ultimo Sanremo: era nel pezzo di Nino D’Angelo e anche nel monologo di Bisio con Anastasio…

Si è capito che è un argomento che smuove.  Nel nostro caso l’ha fatto creando anche molte reazioni, nella maggior parte dei casi molto belle. Nella lista delle cose che mi sono state raccontate da genitori e da insegnanti ed anche dai ragazzini stessi, anche quelli arrabbiati che si riconoscevano, ci sono storie di un’enorme intensità e la sensazione è che fosse importante raccontarle, anche in una trasmissione ‘incravattata’ come quella del festival di Sanremo. Ci si deve confrontare con quello che accade, anche suscitando reazioni sdegnate.

A quali reazioni fai riferimento?

In particolare a due: ci sono insegnanti che mi hanno ringraziato e hanno portato il testo della canzone in classe; altri invece si sono sentiti accusati dall’idea che sembra emergere, ovvero che la scuola sia la fonte di tutte le sofferenze. La scuola non è una prigione ovviamente, ma è quello il mio punto di vista del ragazzino e secondo me andava raccontato così, perché quello che raccontiamo è il suo punto di vista, dopodiché il discorso sulla scuola è gigantesco, pieno di contraddizioni.

Volendo dire la tua su questo, anche riassumendo, cosa diresti?

Direi che non c’è dubbio che all’interno del sistema scolastico italiano ci siano un sacco di persone meritevoli ma sono quasi sempre lasciate da sole. Le leggi della scuola si sono adeguate ai tempi, non altrettanto gli investimenti e ci vuole l’investimento, bisogna crederci davvero nel modo in cui ci rivolgiamo alle nuove generazioni, non serve a nulla cambiare un po’ le regolette se poi non ci sono i mezzi per poterle sostenere, quindi di fatto ci sono un sacco di professori che non sono messi in grado di raffrontare i problemi di una classe e se non hai gli strumenti diventa difficilissimo.

Da un lato la scuola e dall’altro c’è il discorso che riguarda le patologie dell’adolescenza. Che idea ti sei fatto?

La difficoltà di attenzione, l’iperattivismo che centra con il termine di argento vivo, che non sono io il primo ad usare, sono uno stato adolescenziale che diventa patologico. Per molto tempo si è voluto negare che esistano delle patologie.

Come hanno reagito i genitori degli adolescenti malati?

Ci sono stati genitori che mi hanno scritto che non erano contenti di sedare ma che solo così hanno potuto dare ai propri figli la possibilità di potersi confrontare con il resto del mondo. Immagino molto bene la loro sofferenza: so quanto riflette un genitore prima di dare un farmaco. Qualcuno mi ha rimproverato di aver voluto fare di tutta l’erba un fascio.Polemiche… che è giusto che ci siano, si è stappato dal mio punto di vista un tappo ed è stato giusto così.

Sempre alla ricerca di movimento, in attesa del tour di ottobre.

Sarò in tour nei palasport, era arrivato il momento dei grandi spazi, anche dal punto di vista anagrafico è il momento di provarci e soprattutto questo disco me lo richiede. Già il nuovo disco sta vivendo. Ho scelto la strada che mi diverte di più: quella dei 45 giri, che è tra quelle strade diverse da quanto la logica suggerirebbe.

Parli di “Complimenti ignoranti”.  Cosa vuoi sviscerare con questo pezzo?

Mi diverte da morire, tratto temi di chi ha a che fare con il mondo digitalizzato e in cui anche io mi scaglio. Qualche tempo fa è uscita la moda di farsi i selfie più macabri possibile, come la modella che si è fatta la foto col padre appena morto. O i gruppi di ragazzi che si fanno autoscatti negli obitori. Sono estremizzazioni e di questo mi interessa la mancanza di limiti. Non abbiamo il confine del rispetto verso l’altro, di educazione nel senso più nobile del termine. Siamo un po’ allo sbaraglio. È un terreno che cerca di darsi delle regole, ma di regole non ne vuole.

Insomma, siamo senza terra sotto ai piedi!

Un po’ sì ma ci possiamo lavorare.

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