RAPA NUI: L’ISOLA DI PASQUA E I MOAI


Rapa Nui è una delle mete più ambite e affascinanti al mondo. Tra le terre abitate è la più isolata, a metà strada tra la Polinesia Francese e la costa cilena, a cui appartiene dal 1888, sebbene si trovi a quasi 4000 chilometri e cinque ore di volo aereo dallo stato sudamericano. Nata come formazione vulcanica, ha una forma triangolare e un’estensione limitata: la lunghezza raggiunge i 24 chilometri e la larghezza arriva a un massimo di 13. Il territorio è collinoso: il picco più alto raggiunge appena i 511 metri ed è uno dei tre vulcani estinti presenti sull’isola rocciosa. La posizione geografica le ha regalato un clima subtropicale privo di sbalzi stagionali e le temperature mantengono medie attorno ai 21 gradi. Inoltre, è esposta per gran parte dell’anno agli alisei, i venti provenienti da nord-est.Dai più è conosciuta come Isola di Pasqua, così battezzata dal navigatore olandese Jakob Roggeveen che vi arrivò proprio nel giorno di Pasqua del 1722. Molti l’hanno vista grazie al film di Kevin Reynolds del 1994, ambientato in epoca pre-colonica. E come ci ricorda il film, l’isola è praticamente priva di flora a causa della cattiva gestione umana, oltre che da un insieme di fattori ambientali. La sua lontananza ha reso sporadici i collegamenti con la terraferma; le correnti oceaniche provenienti da occidente non hanno portato semi, così come gli uccelli migratori hanno inciso poco sulla ricchezza di specie vegetali endemiche. Si ritiene infatti che i 48 tipi di piante attualmente presenti sull’isola sia stata importata di recente dall’uomo, a supplire la massiva deforestazione. Le ricerche dei botanici hanno infatti rilevato che la vegetazione antica era composta da piante ad alto fusto tra cui una palma gigante, il cui diametro del tronco raggiungeva i due metri. Però la deforestazione portò all’abbattimento di decine di migliaia di alberi, determinando l’erosione dello strato fertile del terreno e, di conseguenza, una riduzione drastica della popolazione. Inoltre, il costante vento che batte l’isola per gran parte dell’anno rende impossibile la coltivazione di piante sensibili. Per questi motivi il paesaggio odierno è un’ampia prateria, nonostante il tentativo di impiantare alberi di eucalipto australiano nella zona meridionale e le piantagioni di banani nelle caldere dei vulcani, ove il microclima rende possibile la loro crescita. Il contributo umano al disboscamento ebbe inizio quando gli abitanti presero a realizzare i Moai, le celebri teste il cui trasporto richiedeva notevoli quantità di legname. In quello stesso periodo la popolazione raggiunse l’apice con 150.000 abitanti e la scarsità di tronchi portò all’utilizzo di erbe e cespugli come combustibili. Perciò già al primo sbarco europeo Rapa Nui aveva un aspetto brullo ed era senza alberi ad alto fusto. La stessa condizione venne annotata da James Cook sui suoi diari, approdando sull’isola cinquant’anni dopo. Pur ritenendola di scarso interesse, i naturalisti che facevano parte della spedizione realizzarono una dettagliata carta geografica coi principali siti archeologici e ritrassero i Moai, permettendo al pubblico europeo di conoscerli e vederli. I Moai sono le famose teste che abbiamo imparato a riconoscere attraverso le fotografie e i filmati. Sono gli enormi monoliti in tufo che svettano sulle coste dell’isola, il cui significato è ancora incerto. Le sembianze sono umane, con lineamenti squadrati, labbra sottili, naso imponente, sopracciglia marcate e occhi scavati. Oggi sono in pietra pulita ma all’epoca della costruzione, tra il 1250 e il 1500, gli occhi erano in corallo bianco e ossidiana, mentre altri esemplari erano totalmente colorati. Vanno da un’altezza di due metri e mezzo fino a oltre dieci. Se ne trovano più di mille e presentano dei tratti caratteristici: alcune indossano dei copricapo, altre dei perizomi; alcune hanno le braccia, altre hanno tratteggiate delle iscrizioni sul dorso. Molte sono parzialmente interrate perché nel tempo il busto è sprofondato nel terreno. Il motivo per cui vennero realizzati i Moai è stato misterioso per un lungo periodo. In realtà si tratta di sculture molto diffuse nelle altre isole polinesiane da cui arrivavano i primi abitanti dell’isola. Oggi si può affermare con tranquillità che fossero elementi di buon auspicio, infatti, ogni statua è rivolta verso l’entroterra così da proteggere gli abitanti e la terra. Posizionati in diversi punti dell’isola, li si può ammirare andando di sito archeologico in sito.

AHU TAHAI
Ahu Tahai è il sito archeologico di maggior impatto visivo perché le rovine, di grande importanza storica, si affacciano sull’Oceano Pacifico. I resti qui presenti risalgono al 700 d.C. e sono i più antichi dell’isola: la tradizione indica questo luogo come residenza di Ngaara, l’ultimo sovrano di alto rango. Si tratta di un complesso cerimoniale che comprende anche Ahu Vai Uri e Ahu Ko Te Riko dove si trovano case, luoghi cerimoniali, recinti per il bestiame e una rampa per il varo delle imbarcazioni. Il legame col mare è molto forte: lo si capisce dalla presenza di camere funerarie per le alte cariche, la cui forma ricorda delle barche rovesciate. L’attrazione più importante di Tahai sono tre piattaforme cerimoniali (“ahu”) situate su una piccola scogliera rocciosa a picco sull’oceano. Sugli altari sono collocati i Moai che, grazie al recente restauro, mostrano diversi stili di scultura. Sulla piattaforma più a nord (Ahu Ko Te Riko) è posizionata una sola statua, alta oltre cinque metri: la sua particolarità risiede in un blocco cilindrico di pietra rossa vulcanica posizionato sopra la testa. Che il pukao (come è stato chiamato questo accessorio) sia un cappello o una coda alta di capelli è tutt’ora oggetto di discussione, ma altri esemplari si trovano in cima alle statue di Ahu Nau Nau (sulla spiaggia di Anakena) e su uno dei Moai di Ahu Tongariki. Ad Ahu Tongariki è inoltre possibile ammirare anche il Moai con gli occhi: ovvero del corallo bianco nella sclera oculare, attorno alle pupille nere. Per questo suo tratto caratteristico si credeva che la statua potesse animarsi, proteggendo la popolazione grazie a un forte potere spirituale. Lo si riteneva un tratto caratteristico unico fino al 1978 quando negli scavi di Ahu Nau Nau si dimostrò che era piuttosto comune.

AHU AKIVI
Questo sito archeologico ha caratteristiche particolari: è sul punto più alto dell’isola, abbarbicato su un lato del vulcano Maunga Terevaka. Gli studi datano la sua costruzione verso la fine del XV secolo, con una piattaforma rettangolare molto elaborata sul cui retro era posizionato un forno crematorio; in un secondo momento, la struttura fu dotata di un ulteriore forno crematorio e sulla piattaforma vennero posizionati sette Moai. Le statue furono trasportate dalla cava del vulcano Ranu Raraku, distante 15 chilometri, e sono le uniche a guardare verso il mare. In realtà, in passato, volgevano lo sguardo verso un’area dove sorgeva un villaggio della tribù Miru, che – si ritiene – abitassero il luogo ben 150 anni prima dell’arrivo degli europei. La sua costruzione segue, come per le altre piattaforme di statue, un orientamento astronomico col compito di monitorare i cambi di stagione e stabilire i momenti più adatti alle attività agricole. Ad Ahu Akivi le statue guardano verso il punto in cui il sole tramonta il 21 settembre, per l’equinozio della primavera australe, e volgono la schiena all’alba dell’equinozio d’autunno il 21 marzo.

RANO RARAKU
Conosciuto come Maunga Eo, “la collina profumata”, sulle pendici di questo vulcano un tempo cresceva una pianta aromatica il cui profumo si spandeva nell’aria. Il nome attuale Rano Raraku si riferisce a quei vulcani con una laguna interna. Nel suo cono si trova infatti un lago di acqua dolce che lo rende un luogo davvero bucolico e speciale. Ascendendo verso la sommità si oltrepassano alcune centinaia di teste Moai abbandonate in ordine sparso: la pietra di questo vulcano era usata per la loro costruzione e quelle presenti sono incomplete oppure troppo pesanti per essere portate nelle piattaforme dislocate nei diversi punti dell’isola. La passeggiata si svolge spesso in solitaria, ascoltando la sola voce del vento. Una condizione che nel periodo di massima operatività della cava non avveniva poiché, per oltre cinquecento anni, era molto trafficata dagli addetti ai lavori.

AHU TONGARIKI
L’imponente Ahu Tongariki è un luogo da cartolina. Anzi: è la cartolina più famosa di Rapa Nui, tornata al suo splendore col restauro degli anni ‘90 che seguì il terribile terremoto con tsunami del 22 maggio 1960. La presenza di quindici teste, di cui una pesante ottantasei tonnellate, è sempre di grande impatto visivo ed emotivo.
Ahu Tongariki è la struttura cerimoniale più estesa dell’Isola di Pasqua, nonché il monumento megalitico più rilevante dell’intera Polinesia. La sua importanza risiede nel fatto di essere stato il principale centro sociopolitico e religioso dell’isola, oltre che capitale del clan Hotu-iti, sotto la cui egida si raggruppavano le tribù orientali. Per questo motivo fu anche teatro di diverse battaglie che portarono più volte al rovesciamento fisico delle statue. Ribaltamenti che subito vennero sanati, posizionando ogni volta le teste in fronte al tramonto durante il solstizio d’inverno, il 21 giugno.

ORONGO
A sud del vulcano Rano Kau, nella striscia di terra tra il cratere e la scogliera, sorge l’antico villaggio di Orongo abitato dai capi delle tribù. Vi si trovano una cinquantina di case in pietra al cui interno sono stati rinvenuti dei dipinti della cerimonia di Tangata Manu (“dell’uomo-uccello”). Nei colori basici di rosso, bianco e nero, in essi ricorre la figura antropomorfa dell’Ao e la maschera del dio Make Make. Vi si trovano raffigurati anche dei velieri europei che gli isolani ritenevano giungere dall’aldilà, forse perché arrivavano e scomparivano come uccelli migratori. Anche qui si trovava un Moai di basalto soprannominato “il frangiflutti” (Hoa Hakananai’a), oggi esposto al British Museum di Londra per testimoniarne l’imponenza ad altre latitudini. E proprio per tale motivo è stato ribattezzato “l’amico beffato, derubato” dai rapanui, che invece sono molto protettivi e fieri della loro unicità.

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