Charlotte Gainsbourg – Regista per raccontare la madre Jane Birkin


Eclettica, unica, provocatoria. In sintesi, Charlotte Gainsbourg.
Attrice e cantante, è al suo primo lavoro da regista, il docufilm dedicato alla madre Jane Birkin che è stato presentato lo scorso anno a Cannes e da giugno è nelle sale italiane.

Figlia del cantautore francese Serge Gainsbourg e dell’iconica attrice britannica Jane Birkin, Charlotte è un’artista cinematografica di fama internazionale che vanta una carriera costellata da prestigiosi riconoscimenti.
Qualche esempio?
Due Premi César, un Prix d’interprétation féminine al Festival di Cannes, un Premio Bodil e un Premio Robert assegnati dal mondo del cinema danese.
Richiesta da tanti registi internazionali, ha interpretato uno dei tre ruoli femminili ne “Il sole anche di notte” dei fratelli Taviani ed è stata la protagonista del film “Jane Eyre” di Franco Zeffirelli, un adattamento del romanzo di Charlotte Brontë. È stata anche Claire nel film di Von Trier “Melancholia” al fianco di Kirsten Dunst, Kiefer Sutherland e Charlotte Rampling.
Stimata dai colleghi di tutto il mondo, nel 2012 ha fatto parte della giuria al 62º Festival di Berlino.
Oltre alla settima arte quest’artista poliedrica si è dedicata anche al teatro.
Invece come cantante ha esordito nel 1984 al fianco di suo padre nel brano “Lemon Incest”, inserito nell’album “Love on the Beat”. Due anni dopo ha debuttato come solista in “Charlotte for Ever”, sempre con Serge Gainsbourg.
Nel 2000 ha collaborato con Madonna nell’album “Music” per il brano “What It Feels Like for a Girl”, la cui introduzione è un pezzo recitato dalla Gainsbourg tratto dal film “Il giardino di cemento”. Dopo diversi altri lavori discografici e dopo averla vista recitare in “Dix pour cent”, serie televisiva francese di grande successo, Charlotte Gainsbourg è tornata in Italia con due nuovi film: “Gli amori di Suzanna Andler”, in anteprima al Torino Film Festival 2021, e “Jane by Charlotte” presentato alla 74ª edizione del Festival di Cannes. Questo suo primo lavoro da regista è nelle sale del Bel Paese da giugno. Charlotte è infine protagonista anche de “Les passagers de la nuit” di Mikhaël Hers, presentato al Festival di Berlino 2022 e che arriverà in Italia entro fine anno.

Il suo debutto come regista inizia con “Jane by Charlotte”. Come ha raccontato Jane Birkin?
Nel docufilm presento il lato più intimo e personale di un’icona che è soprattutto mia madre. Ho voluto dare valore all’aspetto umano in tutte le sue sfaccettature: ho narrato il talento che l’ha resa un’artista di successo, i momenti privati, ma anche la vulnerabilità che l’ha portata ad essere dipendente dai sonniferi e dall’alcol. In questo gioco di luci e ombre non ho potuto non descrivere quello che lei stessa ha definito un cancro non doloroso e un altro momento buio della sua vita legato alla perdita di Kate, la prima figlia.
Tra noi non c’è mai stata una grande confidenza, ma ci siamo sempre rispettate e accettate con amore. Questo lungometraggio vuole essere un tributo oltre che un mezzo per avvicinarmi a lei.

È stato difficile descrivere sua madre?
All’inizio sì perché non avevo un’idea esatta di cosa avrei fatto. Sapendo che andava in Giappone per tenere dei concerti le ho chiesto di accompagnarla e filmarla, ma non avevo idea di come usare quel materiale. L’esperienza nipponica non è andata bene e lei ha voluto interrompere il progetto, così per due anni lo abbiamo accantonato.
Tempo dopo lei stessa ha avuto il desiderio di riprendere il film e nel frattempo io ho deciso di incentrare il racconto sul nostro rapporto. All’inizio volevo descrivere la sua famiglia di origine in Inghilterra, ma il Covid-19 mi ha fatto cambiare direzione; questo ostacolo è stato un’opportunità perché ho capito che ciò che volevo era presentare Charlotte che cercava la mamma. Quando lei ha visto il film si è commossa e ha detto che la pellicola era il nostro ritratto, la storia di una figlia che guarda sua madre.

Cosa l’ha spinta a produrre il lungometraggio?
Il tempo scorre molto veloce e ho sentito la necessità di cristallizzarlo attraverso la macchina da presa, strumento tramite il quale mia madre ed io abbiamo potuto dialogare e dare spazio alle nostre emozioni. Il film inizia con le scene di un suo concerto a Tokyo, ma poco dopo si passa alla casa di campagna in Francia ed è qui che trovano spazio i ricordi personali legati a mio padre, all’ex-marito John Barry, ai momenti di vita quotidiana come la spesa in pescheria. Naturalmente non mancano i dialoghi sull’arte, la musica e la fotografia che hanno sempre fatto parte della sua vita. Io intervisto Jane, all’inizio anche con un certo imbarazzo, ma in realtà dialogo con lei e insieme ci scopriamo e ri-scopriamo come mamma e figlia.

Charlotte, ci sono state domande difficili che ha fatto a Jane?
Subito le ho chiesto perché avesse trattato me diversamente dalle mie sorelle e lei è rimasta scioccata e ha detto che non voleva continuare il dialogo. Credeva che io volessi regolare i conti con il passato mentre non era così. Quando ha accettato di riprendere questo viaggio intimo ha risposto alle domande che avevo scritto perché anche io, attraverso lei, cercavo di capire quale fosse il mio posto nel mondo. Anche quando abbiamo affrontato temi delicati, come i dolori
e le sofferenze, ha perso la paura nei miei confronti e mi ha dato risposte sincere, così come io sono stata sincera e aperta nell’ascoltare. Al di là di questi aspetti ho voluto anche descrivere la gioia e l’eccentricità di questa donna caotica, accumulatrice seriale, ma anche dotata di fantasia e di immaginazione. Una donna eccezionale che ho voluto
mostrare come tale.

Come ha impostato la scrittura del film?
L’idea iniziale era di puntare sul personale e avevo stilato una serie di domande che avrei posto a mia madre andando a scavare nella sua intimità. Sapevo che se da parte mia non ci fosse stata nessuna malizia lei si sarebbe aperta. Quando ho portato il materiale alla montatrice lei mi ha detto che ce n’era troppo poco e mi ha consigliato di comprare una video camera e di lavorare da sola, senza aspettare di avere la troupe che in quel momento non poteva assistermi a causa della
pandemia. Ho ascoltato il suo consiglio e con mia figlia più piccola ho registrato la vita quotidiana di mia mamma e di sua nonna. Quando ho portato tutto alla montatrice lei ha detto che quello era esattamente ciò di cui aveva bisogno.

Un suo recente successo è“Gli amori di Suzanna Andler”. Ce ne parla?
Benoit Jacquot ed io volevamo lavorare di nuovo insieme dopo tanto tempo. Quando mi ha presentato il progetto ho accettato con entusiasmo di interpretare la protagonista della pièce di Marguerite Duras perché è una donna dell’alta borghesia ricca, oziosa, al limite del suicidio, stretta tra i doveri coniugali e il desiderio. Benoit aveva collaborato con Marguerite Duras e tra loro c’era stato un rapporto professionale e personale molto profondo e avevo paura di non essere
all’altezza di quella parte. All’epoca vivevo a New York e ho chiesto a Benoit di raggiungermi e di sentirmi durante una lettura della sceneggiatura per giudicare se ero in grado di interpretare Suzanna Andler e lui è rimasto soddisfatto. Non conoscevo molto la scrittrice: in gioventù avevo letto “Il dolore e L’amante”, ma devo dire che l’ho scoperta grazie a questa pièce che ho studiato per un mese per immergermi totalmente in quell’universo e calarmi nel personaggio di questa donna che all’inizio percepivo lontana da me e che dopo ho sentito affine.

Come è stato girato il film?
Tutte le riprese sono state fatte in una villa sulla Costa Azzurra e per otto ore ho avuto la macchina da presa sopra di me. Sono la protagonista assoluta per 90 minuti, ma non è stato faticoso.

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