Con la fantasia abbiamo la facoltà di viaggiare all’infinito, nel passato come nel futuro. In questo viaggio nel tempo osserviamo il nostro pianeta nei suoi primi “respiri”. La Terra non era ancora il pianeta blu che conosciamo: la sua età è di circa 4,5 miliardi di anni, un tempo che corrisponde approssimativamente a un terzo dell’età dell’universo, stimata in 13,8 miliardi di anni.
Sul nostro “schermo temporale”, alimentato dalle domande che ci poniamo, scorrono le immagini di un mondo primordiale. Un continuo bombardamento di meteoriti e comete ha rifornito la Terra di enormi quantità d’acqua; allo stesso tempo, l’intensa attività eruttiva ha rilasciato grandi volumi di vapore acqueo, anidride carbonica e altri gas. Questi elementi hanno contribuito alla formazione di un’atmosfera primordiale, ancora quasi del tutto priva di ossigeno.
Il vapore acqueo, si è poi condensato creando così gli oceani, dove si sono concentrate le prime molecole, un primo passo verso la vita sulla Terra.
Le attività vulcaniche oltre a provocare continui sconvolgimenti dell’ambiente circostante, hanno svolto anche un ruolo costruttivo, infatti, come se fossero predisposte a plasmare il nostro pianeta, hanno portato in superficie elementi essenziali, come ferro, zolfo e potassio, fondamentali per la formazione delle prime molecole biologiche precursori delle future unità unicellulari.
Il nostro pianeta si presentava come una superficie dominata da un unico grande oceano, con poche o nessuna massa continentale emersa. In alcune regioni si formavano acque dolci, alimentate da piogge continue; in questo scenario potevano già esistere condizioni favorevoli alla vita, grazie alla presenza di acqua. Alla luce di queste prime considerazioni, possiamo affermare senza ombra di dubbio che noi esseri umani, nel nostro percorso evolutivo, siamo a pieno titolo “figli dei vulcani”, insieme alle innumerevoli specie che compongono la biodiversità del nostro pianeta.
I vulcani si dividono in attivi, se eruttano regolarmente; dormienti o quiescenti, quando sembrano calmi ma potrebbero eruttare lava in qualsiasi momento; inattivi o estinti quando non mostrano segni di attività da migliaia di anni.
Sono formati da una camera magmatica, che possiamo definire la “pancia” del vulcano, dove si accumula il magma: un materiale fuso composto da rocce liquide e gas. Il magma risale poi verso la superficie attraverso il camino e fuoriesce dal cratere, la bocca del vulcano, trasformandosi in lava e completando così il processo eruttivo.
Analizziamo adesso come avviene un’eruzione: ci sono dei segni premonitori?
Prima che il vulcano erutti, si possono osservare diversi fenomeni. Tra questi: un aumento del numero di piccoli terremoti nella zona, causati dal movimento del magma che, risalendo verso la superficie, frantuma le rocce circostanti; deformazioni del suolo, con sollevamenti o abbassamenti della superficie del vulcano; un incremento delle emissioni di gas vulcanici; cambiamenti nella temperatura e nella composizione chimica delle acque presenti nei siti vicini al vulcano. Infine, aumento del calore e della quantità di vapore emesso dalle fessure del cratere (fumarole).
Inizia l’eruzione: il magma risale e fuoriesce attraverso le fessure o il cratere diventando lava. In alcuni casi si verificano esplosioni dovute alla rapida espansione dei gas intrappolati nel magma.
Vengono espulse lava, ceneri, lapilli e blocchi di roccia. Possono formarsi colate di fango incandescenti e nubi ardenti. Quando la pressione all’interno del vulcano diminuisce, il magma smette di risalire e l’eruzione si arresta, ma il vulcano resta attivo e può tornare a eruttare in futuro.
Nella fase eruttiva possono formarsi le colate piroclastiche, flussi di gas e materiale vulcanico. Possono raggiungere velocità tra i 50 e i 700 km/h e temperature comprese tra 500 e 900°C, con un potere distruttivo devastante: tutto quello che incontrano viene “cancellato”, edifici, strade, vegetazione e biodiversità, non esistono protezioni efficaci per contrastarle e sono difficilmente prevedibili. Le colate piroclastiche furono una delle cause della distruzione delle antiche città di Pompei ed Ercolano durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
In Italia sono presenti molti vulcani sia spenti che attivi, quelli con eruzioni frequenti sono l’Etna e lo Stromboli, mentre il Vesuvio ha registrato la sua ultima eruzione nel 1944.
L’Etna è il più grande e alto d’Europa con un solo cratere dal quale fuoriesce la lava, la sua attività è relativamente prevedibile e attentamente monitorata dagli abitanti delle città circostanti, che lo chiamano affettuosamente la “montagna”.
Lo Stromboli, situato nell’arcipelago delle Isole Eolie in Sicilia, è quasi sempre attivo. Dal suo cratere si possono osservare piccole esplosioni di lava e lapilli. Per la sua attività costante e visibile anche da lontano, è conosciuto come il “faro del Mediterraneo”.
Il Vesuvio, simbolo della città di Napoli, è uno dei vulcani più famosi e studiati al mondo e attualmente si trova in stato di quiescenza. Ha un’altezza di circa 1.200 metri sul livello del mare e ha un cratere di 450 metri di diametro. È una meta turistica molto frequentata grazie al Parco Nazionale del Vesuvio, che offre sentieri che portano al grande “cono”. Tra le eruzioni più devastanti della sua storia, ricordiamo quella del 1631, che causò circa 40.000 vittime.
Esistono anche i vulcani sottomarini, che rappresentano il 91% dei vulcani totali sul nostro pianeta e si trovano in tutti gli oceani con una concentrazione maggiore nella fascia dell’Oceano Pacifico. Anche in Italia, nel Mar Tirreno si trovano numerose strutture vulcaniche sottomarine tra cui il Marsili. Situato nel Mar Tirreno meridionale a sud di Napoli, 150 km a est della Calabria e 140 km a nord della Sicilia, si eleva per circa 3.000 metri dal fondo marino ed è formato da molteplici fratture eruttive. La sua attività iniziò circa un milione di anni fa, con l’ultima eruzione avvenuta circa 3.000 anni fa. Il Marsili è considerato attivo e potenzialmente pericoloso: un’eventuale eruzione accompagnata dal crollo delle sue falde potrebbe generare un maremoto e uno tsunami di dimensioni significative con conseguenze devastanti sulle coste italiane limitrofe. Per questo motivo è costantemente monitorato.
Continuiamo il nostro viaggio attraverso le montagne di fuoco parlando delle caldere, grandi depressioni che si formano sulla superficie terrestre in seguito a un collasso di un vulcano. Possono avere dimensioni molto grandi, da pochi chilometri fino a decine di chilometri. In caso di eruzioni esplosive, le caldere possono provocare devastazioni su scala globale.
A ovest di Napoli si trova la caldera dei Campi Flegrei, definita dalla popolazione un supervulcano. Si è formata a seguito di eruzioni esplosive nel corso degli ultimi 40.000 anni. Attualmente è in stato di quiescenza, ma rimane attiva, con fenomeni di bradisismo – lento abbassamento e innalzamento del suolo – e attività sismica continua e superficiale. I Campi Flegrei sono a rischio elevato, a causa del forte insediamento urbano. La caldera è costantemente monitorata e periodicamente vengono organizzate esercitazioni di evacuazione per la popolazione.
Sul nostro pianeta esistono caldere in diverse zone, tra cui le Filippine, l’Indonesia, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti. Una delle più famose si trova nel Parco dello Yellowstone (U.S.A). La caldera occupa un’area di circa 85 km² e, nella sua storia eruttiva, ha registrato tre grandi esplosioni negli ultimi 2 milioni di anni. Oggi ospita numerose attività geotermiche e sorgenti termali, ed è costantemente monitorata. Un eventuale sua eruzione potrebbe avere un impatto globale, come un raffreddamento climatico dovuto alla dispersione di ceneri e gas nell’atmosfera, oltre a provocare devastazioni locali su vasta scala.
Ci avviciniamo alla Cintura di Fuoco. Si tratta di una vasta zona sismica e vulcanica attiva che si estende per 40.000 km toccando Americhe, Asia e Oceania. In quest’aerea si concentra la maggior parte dei vulcani attivi e dei terremoti del pianeta. Alcuni dei vulcani più famosi si trovano in quest’area, un’eventuale loro eruzione potrebbe provocare danni ingenti a edifici e popolazioni per decine di chilometri circostanti.
Alla luce del nostro viaggio possiamo definire i vulcani allo stesso tempo costruttori e distruttori del nostro pianeta, con impatti che hanno plasmato la Terra da miliardi di anni.
Senza la loro attività, la Terra come la conosciamo oggi sarebbe profondamente diversa e probabilmente incapace di ospitare la vita. Tuttavia, questa stessa forza primordiale rappresenta anche un rischio costante per chi vive nelle loro vicinanze.


















