
Lorena Canottiere è un’autrice di fumetti molto apprezzata in Italia e all’estero, sia per il suo personale stile di disegno, sia per la capacità di trattare tematiche sociali con naturalezza ed efficacia, in storie brevi e graphic novel, in bianco e nero o a colori, con una straordinaria libertà espressiva, ma sempre di grande impatto visivo ed emotivo. I suoi lavori sono apparsi su riviste a fumetti come Mondo Naif, Schizzo Presenta, ANIMALs, Respiro e Black della Coconino Press, ma anche su pubblicazioni come Internazionale, Le Monde Diplomatique, Focus Junior, La Lettura del Corriere della sera e Tuttolibri de La Stampa. Alcune delle sue storie brevi sono state poi raccolte nel volume “Battiti”, che ha inaugurato la rivista-libro ANIMALs della ComicOut, editore che ha pubblicato anche l’albo “Genova per noi”, un instant book che raccoglie due storie realizzate dal vivo nel 2017, durante il festival Attraversamenti Multipli. Ha realizzato la serie di strisce “Ça pousse” – uno sguardo sul mondo dal punto di vista dei bambini, dedicato agli adulti – pubblicata sull’omonimo blog e sulla rivista ANIMALs, poi raccolta nel volume “Marmocchi” da Diabolo Edizioni, edito anche in Francia, Spagna, Germania e Cile. Con Coconino Press ha pubblicato i graphic novel “Oche – il sangue scorre nelle vene”, “Verdad”, stampato anche in Spagna e Francia, dove è stato premiato con il Grand Prix Artémisia 2018, “Bartali – La scelta silenziosa di un campione” (su testi di Julian Voloj), pubblicato prima in Francia per Marabout e presto anche in Spagna. Sempre per Coconino – per la prestigiosa collana Fumetti nei Musei – ha realizzato “Io più
fanciullo non sono”, am-bientato nei Musei Reali di Torino, che hanno poi ospitato la mostra delle tavole originali nella Galleria Sabauda. Per Oblomov Edizioni ha pubblicato “Salvo imprevisti”, edito anche in Francia e Spagna, mentre per Einaudi ha illustrato il libro “Bella ciao – il canto della resistenza”, che ha vinto il Premio Speciale Andersen 2021. Per “La Revue Dessinée Italia” (ora “La revue”) ha disegnato il reportage sulla TAV relativo al versante italiano, su testi del giornalista Alberto Puliafito, ospitato sul primo numero della rivista. Lorena Canottiere è stata ospite di festival e Istituti di cultura in Italia (tra cui Napoli, Roma, Treviso, Venezia, Ischia, Bologna, Carpi, Martina Franca), Spagna (Madrid, Gijon, Barcellona, Avilés), Francia (Lille, Basillac), Germania (Berlino, Francoforte, Bochum), Canada (Montreal), Algeria (Algeri), Corea del Sud (Seul) e Perù (Lima). È stata co-curatrice della mostra “Falastin Hurra – fumetti e illustrazioni da e sulla Palestina”, ospitata alla Fondazione Mamre di Torino dal 10 ottobre al 3 novembre scorso. Per Plus Magazine Lorena ha risposto ad alcune domande.
Il fumetto è un media, è intrattenimento, è arte. Per te cos’è il fumetto? Come mai hai deciso di diventare fumettista?
Per me il fumetto è una maniera per ragionare sul mondo, su ciò che mi circonda e su ciò che questo fa risuonare in me. Prima di tutto però è un piacere immenso e un modo per sperimentare sempre nuove tecniche e nuovi modi di raccontare. I fumetti sono storie, quindi rispondono a tutte le caratteristiche di qualsiasi altro mezzo narrativo (letteratura scritta, cinema, poesia, illustrazione, ecc.) che sono, per esempio, l’ideazione, la parte documentativa, la forma e il dialogo con un “lettore”. Pensare a tutto questo è una maniera per rimanere in contatto con se stessi e per chiedersi costantemente “E io cosa penso di questo?”. Ho iniziato a fare fumetti per caso, avrei voluto studiare antropologia o restauro scultoreo, ma effettivamente è stata una scelta azzeccata perché ho sempre adorato
scrivere e disegnare e il fumetto mette insieme questi due registri.
Il tuo primo graphic novel, “Oche”, è ambientato a Torino e ha come protagonisti tre adolescenti: Henry, Davide e Nadia, che provengono da mondi completamente diversi ma diventano amici. Da dove vengono le loro storie?
Le storie hanno sempre origini complesse. Io poi dedico molto tempo a costruire una storia, a capire di che cosa voglio parlare. Parto da un’idea e la lascio decantare per un po’ di tempo senza più lavorarci, ma pensandoci costantemente.
In quel lasso di tempo notizie, argomenti, fatti quotidiani si assommano all’idea iniziale, la modificano e la arricchiscono così, quando torno a lavorarci, invece di un’idea ho una storia (che spesso ha preso una direzione che mai avrei immaginato). Nel caso di “Oche”, per esempio, sono partita con due elementi: Henry, l’ex bambino-soldato della Sierra Leone adottato, di cui mi interessava soprattutto il contrasto tra la sua infanzia e la vita a Torino in una famiglia benestante, e il “Vecchio delle oche”, un signore che viveva veramente in una roulotte-chiatta sul Po, a Torino, attorniato appunto da delle oche. Nella costruzione della storia sono poi comparsi gli altri due protagonisti: Nadia e Davide. Entrambi hanno caratteristiche o parti di vissuto di persone che ho conosciuto in passato. Rileggendo “Oche” noto un aspetto a cui non pensavo anni fa: oggi quel libro sottolinea quanto le nostre città sia-no “contenitori” importanti di diversità, quanto quel che succede – anche accidentalmente – per strada, sia intimamente importante. È in strada, sulla riva del Po piuttosto che sui marciapiedi dell’intera città, l’unico posto in cui la solitudine svanisce e si può sognare un futuro.
“Verdad” – la protagonista del tuo secondo graphic novel – è una donna che lotta per la libertà durante la guerra di Spagna, e continua a lottare anche quando tutto è perduto, quando gli altri si arrendono o se ne vanno, pagando di persona per un ideale che per molti è un’utopia (come lo è il suo nome). È utopia pensare che anche un fumetto possa essere utile a sostenere la libertà, la verità e la giustizia?
Un fumetto, come una canzone, un libro, un film, un quadro può sostenere e diffondere idee di libertà e giustizia. Conferma ne è l’atteggiamento di qualsiasi regime autoritario che sempre si affretta a censurare, denigrare o distruggere l’arte in ogni sua forma. I nazisti organizzarono “La mostra d’arte degenerata” nel 1937 proprio per ridicolizzare l’arte espressionista (in realtà tutto ciò che non era propaganda in linea con il regime per loro era arte degenere che poi, in gran parte, distrussero). D’altra parte, chiunque guardi o senta parlare di Guernica di Picasso sa di cosa si tratta. Può ignorare l’episodio a cui è riferito il dipinto, ma è universale che quell’immagine sia un manifesto contro la guerra che distrugge la vita della gente, ed è una denuncia insindacabile. Spesso l’arte è più vicina alle persone che la narrazione giornalistica o la storia (così come viene insegnata generalmente nelle scuole) perché tocca una dimensione intima in cui ci si può immedesimare meglio, in cui oltre ad un’immagine, un dato statistico, un fatto, scorre un’emozione.
In “Salvo imprevisti” ci sono dialoghi intensi, spesso interiori. Che cosa aggiunge il disegno alle “parole” in un fumetto che scava soprattutto nell’animo dei protagonisti?
In “Salvo imprevisti” ci sono quattro personaggi le cui storie corrono parallele. Ognuno di loro è rappresentato con colori e tecniche diverse perché mi è sembrato importante che il disegno rispecchiasse le loro identità. Katherine Mansfield (scrittrice neozelandese vissuta a cavallo del XX secolo N.d.R.) è disegnata con più colori degli altri per riflettere l’atmosfera di inizio Novecento, più lontana e morbida, come se fosse un ricordo. Liam che è un astrofisico della nostra epoca ha colori più forti, determinati. Marzia è una ragazzina che si sottrae al mondo e agli sguardi altrui e quindi ho lavorato con una tecnica di sottrazione, cancellando il colore anziché aggiungerlo. Rocìo è un’Intelligenza Artificiale (come Alexa) e l’ho disegnata tutta in digitale, il risultato ricalca le immagini filtrate da una telecamera. Chi legge è trasportato fisicamente nel mondo di ciascun personaggio e lo vede graficamente come se si mettesse nei suoi panni. Anche la scelta delle inquadrature segue questo schema, differente per ognuno di loro.



















