È tra le penne più lette dai nostri cugini d’oltralpe, ma anche in Italia Daniel Pennac è un autore molto amato dal pubblico e dalla critica. Non a caso ogni suo romanzo diventa un successo letterario.

Ha 81 anni e lo sguardo da ragazzino perennemente curioso nei confronti della vita. Una vita che ha saputo raccontare con intelligenza e ironia nei suoi romanzi. Daniel Pennacchioni, in arte Daniel Pennac, è un autore francese tra i più amati non solo nel proprio Paese, ma ovunque. Tra le sue numerose opere, le più celebri sono quelle della saga “Malaussène”: una serie di romanzi gialli ambientati nel quartiere di Belleville, alla periferia di Parigi, dove satira sociale, umorismo e suspense si mescolano con la perfetta caratterizzazione dei protagonisti. A inizio anno Pennac ha inaugurato Francesissimo, il festival di letteratura e cultura francese che si è tenuto al Circolo dei lettori di Torino. In quell’occasione lo scrittore ha raccontato alcuni aneddoti legati alla stesura dei suoi romanzi.
Qual è il suo rapporto con la scrittura italiana?
Il mio primo rapporto con i vostri autori è stato con Stefano Benni. Era il periodo tra il 1985 e il 1988, non ricordo esattamente, e Benni andò da Feltrinelli, che è ancora oggi il mio editore, con in mano una copia de “Il paradiso degli orchi e gli disse”: se non pubblichi questo libro, io me ne vado. Data la cifra stilistica di Stefano, il libro venne dato alle stampe anche in Italia, quindi gli devo molto. Altri autori italiani che mi piacciono sono Italo Calvino, vero colpo di fulmine letterario, e Erri De Luca che ha un linguaggio talmente musicale da resistere alla traduzione francese. Mi ha colpito molto anche la scrittura di Silvia Vallone che in “Acciaio” denota una grande energia. In questo testo c’è uno sguardo sociologico davvero interessante. Infine, ammiro lo stile di Antonio Moresco, che nel libro “La lucina” dimostra uno stile stupefacente. È un romanziere che descrive la specificità umana senza vincoli o barriere.
È vero che Stefano Benni sarà in una sua opera?
In effetti molti degli amici sono i personaggi dei miei testi perché contengono il romanzo in loro stessi. Con Stefano ci conoscevamo da tanti anni e, forse non lo sapete, ma era un grande psicanalista (sorride n.d.r.) e nel suo studio curava insetti e animali molto grandi. Tra questi c’era una formica individualista e un elefante che aveva il complesso della proboscide, che giudicava troppo ingombrante. Quando gli chiesi come lo aiutò, lui rispose che gli suggerì di pettinarla all’indietro.

Anche nel suo ultimo romanzo, “Il mio assassino” che è stato pubblicato in Italia nel 2024, alcuni personaggi si ispirano ai suoi amici?
Sì, ma questo, secondo me, succede in generale un po’ a tutti gli autori. Anche Pierre Bezuchov, in “Guerra e pace”, è l’alter ego di Lev Tolstoj e le sue tensioni interiori, la ricerca spirituale, i dubbi filosofici sono in realtà quelli dello scrittore. Allo stesso modo Kostantin Levin, in “Anna Karenina”, incarna le ricerche ideologiche di chi gli ha dato vita attraverso la scrittura. Personalmente adoro il lato romanzesco delle persone e sono convinto che i nostri conoscenti si rivelino a noi con le loro peculiarità, al di là della funzione sociale che conosciamo.
Ci fa un esempio di amici-personaggi all’interno del ciclo di “Malaussène”?
Nel periodo in cui scrivevo “Il paradiso degli orchi” mi è capitato di giocare a scacchi con un serbo-croato che lavorava in un centro diurno che accoglieva dei ragazzini autistici. Quest’uomo aveva insegnato loro il greco antico e quando gli chiesi perché, lui rispose: “visto che non riusciamo a comunicare insieme, facciamolo in greco”. La cosa incredibile è che quando andai a trovarlo in questo centro notai che gli adolescenti parlavano in greco tra loro e con lui. Ne “Il paradiso degli orchi” c’è un personaggio, Stojilkovitch, e gli ho attribuito tutte le caratteristiche di questo serbo-croato che è presente anche in alcuni romanzi successivi. C’è un’altra storia legata al mio amico che è davvero divertente. Mentre giocavamo a scacchi, noi giocavamo spesso insieme, sua figlia lo chiamò perché aveva appena partorito. Andammo all’ospedale e a un certo punto la neo mamma gli domandò: papà come trovi tuo nipote? Lui si rivolse a me e disse: ha delle grandi mani, diventerà un ladro. La figlia si agitò e lui la rassicurò: stai tranquilla, ha anche dei grandi piedi. Correrà veloce e la polizia non lo prenderà mai.

Nonnino, personaggio presente ne “Il mio assassino”, è un esempio del male che aleggia in questi tempi tra gli adolescenti?
Nonnino, già presente nel romanzo “Capolinea Malaussène”, è un quattordicenne destinato a diventare un maestro della violenza. È un capo banda molto intelligente perché specula sull’ignoranza degli altri. I ragazzini che lavorano per lui, infatti, non studiano e lui per primo non vuole che abbiano un’istruzione. Al contrario, li seduce con il consumismo e con il desiderio di possedere beni materiali.
Perché le piace scrivere?
Perché scrivere è la mia casa. La lingua francese è la mia vita, è ciò che respiro quotidianamente. Le persone leggono i miei testi e con loro si instaurano dei legami. Si scrive per creare un terreno fertile grazie ai libri, un terreno nutrito non solo da me, ma da tanti autori in tutto il mondo.


















