Tredici Pietro racconta la sua maturità


Credit photo Stefano Tonetto
Il rapper e cantautore bolognese è pronto a svelare il lato più consapevole e maturo della sua identità musicale nel suo nuovo tour “Non guardare + giù”.

A poco meno di un anno dai suoi trenta, che compirà nell’agosto del 2027, Tredici Pietro porta in tour “Non guardare + giù”. Questo è anche il titolo del suo secondo album con cui l’artista abbraccia il genere crossover, tra rap e cantautorato. Riprende così il racconto che ha iniziato dal palco del Festival di Sanremo, dove ha cantato il brano “Uomo che cade”. Una partecipazione che ha segnato certamente un passaggio importante nella sua carriera, un’esperienza arrivata dopo due album e vari sold out nei club di città musicalmente rilevanti come Bologna, Roma e Milano. Il suo album è un invito a non pensare con negatività ai momenti bui, ma a rivederli con la consapevolezza che ti dà il fatto di sapere che senza i passi falsi non potrebbero esserci le vittorie.
Ora Pietro è pronto per consolidare il legame live sempre più profondo con il suo pubblico, coronamento di un anno decisivo in cui la sua identità musicale ha preso forma con forza e autenticità, provando ad andare oltre a brani, che comunque sono diventati virali, come “Like this Like that”, canzone del dj italiano Mauro Picotto con 13 mila utilizzi su Tik Tok, o come “Che gusto c’è”, singolo certificato oro di Fabri Fibra che lo ha scelto per un featuring, che per molto tempo ha popolato le più importanti playlist con oltre 31 milioni di stream.
Di questo e di molto altro Tredici Pietro ha parlato nel suo incontro con la stampa sanremese.

Cosa hanno significato nel tuo percorso le collaborazioni con altri artisti?
Sono tutte importanti ma Fibra mi ha dato tanto, in qualche modo mi ha cambiato la vita. Forse non lo sa neanche lui, o forse non voleva, però mi ha dato una forza incredibile. Essere chiamato da uno dei più grandi artisti della nostra generazione e comunque uno dei più influenti degli ultimi 25 anni in Italia, sicuramente mi ha dato confidence, un’autostima differente, mi ha fatto capire che anche io valgo. Lavorare con lui mi ha cambiato le prospettive.

Come vivi il tuo rapporto con il live?
Non avrei mai pensato di esibirmi davanti a gente che cantava insieme a me le mie canzoni, non pensavo che si sarebbe potuto realizzare un sogno del genere. Nel tour del 2025 c’è stata una conferma: ho ricevuto un affetto e un amore diversi. Sono tutti step importanti nella carriera di un’artista. Quando scrivi non pensi che qualcun altro possa rivedersi in quello che dici e quando ti trovi davanti migliaia di cristiani che invece cantano le tue parole, si realizza l’impensabile e questo per me è stato un segnale.

Come sei cambiato dal tuo esordio con “Pizza e fichi” ad oggi?
Sono passati nove anni e da allora sono diventato un po’ più grandicello, mi sono anche ‘lavato’ di tanto ego che avevo addosso e mi sono messo in gioco. A vent’anni hai l’ego pompato, uno di 29 già un po’ di meno. Non c’è niente di speciale in me: in tanti altri aspetti non sono cresciuto, ma è normale. È rimasta comunque la stessa energia e anzi la stessa inconsapevolezza e bambinaggine che, secondo me, in qualche modo deve rimanere viva e accesa. E poi ancora oggi dei miei fans più stretti ho il numero di telefono.

La tua crescita si riflette anche nel brano “Uomo che cade”.
Sicuramente. C’è un episodio importante legato a questo brano: inizialmente si chiamava “Bimbo che cade” ed era così per come l’avevo scritto io che non mi sentivo di potermi dare ‘lo scettro di uomo’. In questo senso mi è venuto incontro Di Martino: lui lo stava componendo, io stavo scrivendo il testo, e probabilmente voleva rivedersi anche lui in quello che diceva. Mi ha anche detto: “Scusa, ma anche tu puoi dire che sei un uomo, sei grande, devi autodefinirti come tale”. Una frase che mi ha fatto riflettere.

Più volte hai spiegato il messaggio di questa canzone.
Noi esseri umani siamo tutti una volta vincitori, 100 volte sconfitti, ed è molto probabile che per arrivare a un risultato l’unico modo è provarci. Come si dice, per vincere una finale devi perderne quattro. C’è un po’ questa cosa qua: cioè se non ci proviamo noi, non ci proverà nessuno al nostro posto ed è così a prescindere dagli impedimenti che ancora oggi ci sono, come la forbice sociale che si espande giorno dopo giorno.

In questo brano c’è anche un dialogo tra te e una partner.
È un po’ la rassegnazione di chi si diverte a godere delle persone che magari non vanno di moda, che non hanno l’opportunità di poter avere una replica. Un modo per dire che, anche chi si mostra su Instagram come super ricco, super muscoloso, super impossibile da raggiungere, anche lui è un uomo che cade. Questa consapevolezza è l’unico modo che vedo per non farsi divorare da un sistema in continua evoluzione. È un concetto che non comprendi mai fino in fondo, quasi come quando la mamma ti dice di mettere la maglietta della salute. Lei non smetterà mai di dirtelo fino ai cent’anni. Io dico alla persona che mi lascia che magari prima mi ha idealizzato, poi l’ho delusa e ora sta cercando qualcuno di meglio, ma anche la persona che troverà è uguale a me, è uguale a tutti noi. Siamo tutti uomini che cadono, quindi anche lui non sarà meglio di me.

La cover dell’album “Non guardare + giù”
di Tredici Pietro

E più volte hai spiegato il senso del tuo nome d’arte, nato per ricordare la tua ‘combriccola’ bolognese composta da tredici amici, ma che è anche un modo per volerti allontanare da un cognome che pesa.
Vorrei che la musica riuscisse a parlare prima di quello che è un cognome e spero di essere sulla buona strada per ribaltare questo meccanismo. Questo è sicuramente il mio intento, non so se ci sono riuscito completamente, ma non mi interessa nemmeno così tanto, perché magari sto reiterando un po’ il concetto quando dico che io ci sto provando e la cosa più importante è questa. Insomma, sbatto la testa contro quelli che mi dicono sempre che sono uguale a mio padre, ma va bene, è una cosa buona, anzi, è una cosa bellissima. Questo paragone mi sta bene, ma io continuerò a dire: ragazzi, io sono io, così è se mi volete!

Anche tu come moltissimi altri giovani scrivi quello che canti, che fase stanno vivendo i cantautori?
Di cantautori ce ne sono tanti. Stiamo vivendo una bella fase con una scena musicale secondo me ricchissima. Finalmente, anche i rapper sono visti come i più grandi cantautori della nostra generazione, quindi il cantautorato per me c’è sempre stato.

Credit photo Ferdinando Traversa Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0

Cosa ti emoziona di più del tuo lavoro?
Impari e disimpari costantemente, perché gli input e gli output del pianeta continuano a farci mettere in discussione. Non so se ho imparato abbastanza, io me lo ripeto come un mantra di non guardare più giù. Da qui nasce il titolo dell’album, uscito l’anno scorso e che ora ripresento in una seconda versione. Un album che nasce dal bisogno di dire che non bisogna mai mollare. Poi una cosa che proprio mi fa commuovere è stare con i ragazzi e con i bambini, li sento tanto vicini, li sento nella mia storia. Non che pensi che gli adulti non lo siano, però mi sento di voler parlare alla mia generazione; quindi, quando sto con i più giovani, mi sento più forte ed è una sensazione molto bella.