Shirin Ebadi, voce simbolo della libertà


Incontro con la prima donna iraniana e prima musulmana a ricevere nel 2003 il Premio Nobel per la Pace, per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia.

La democrazia è un fiore da preservare, anche in Europa”. Questa è la testimonianza che Shirin Ebadi, prima donna iraniana e musulmana a ricevere il Nobel per la Pace nel 2003 “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia” lascia sempre più spesso nei suoi incontri con il pubblico. In occasione di Women & the City, festival torinese sulla parità di genere e l’inclusività che si propone come laboratorio di cittadinanza per le generazioni future, ha partecipato all’incontro conclusivo della manifestazione che aveva come titolo “Il giorno che le donne hanno conquistato le piazze”.
La sua storia si unisce a quelle che sempre di più accomuna altre donne musulmane nell’attivarsi e nel ribellarsi ai soprusi che impediscono la libertà. Magistrata costretta a lasciare il proprio lavoro dopo la rivoluzione degli ayatollah, si dedica anima e corpo alla promozione della democrazia e alla difesa degli oppressi. Lo fa come scrittrice, come avvocato e prima donna giudice iraniana, che dal 2009 vive in esilio a Londra. Prima di essere cacciata dal suo Paese fonda la Società per la tutela dei diritti dei bambini e poi ancora il Centro per la Difesa dei Diritti Umani, chiuso nel 2008 dal governo iraniano con un’irruzione negli uffici dove lavoravano 30 avvocati.
A Women & the City la sua è la voce più attesa e Ebadi conferma da subito di essere al posto giusto quando afferma che “il rovesciamento del potere passa dai diritti delle donne”.
A 56 anni ritirava il premio Nobel per la pace mentre oggi, che di anni ne ha 78, l’avvocata iraniana ha visto fare passi da giganti alle donne del suo Paese. “Le femministe iraniane sono state le più potenti del Medio Oriente: hanno cento anni di attività alle spalle; le donne del mio Paese hanno avuto diritto di voto prima delle svizzere, ma dal 1979 hanno perso tutto. Così ora, dopo essere riuscite a togliersi il velo, le donne ora devono scendere in piazza”.
Ogni volta che un’iraniana si toglie il velo fa notizia, come durante un concerto rock in strada, a Teheran, che è diventato subito virale sui social. Lei avverte: “Non dobbiamo cadere nell’equivoco che si siano riconquistati i diritti. Se io e mio fratello rimaniamo vittime di un incidente stradale, lui riceverà un risarcimento doppio. La testimonianza di due donne, in tribunale, vale come quella di un uomo. E un iraniano può avere quattro mogli e divorziare senza nessun problema, mentre un’iraniana può farlo solo con estrema difficoltà. La resistenza delle donne ha fatto conquistare loro il diritto di decidere come vestirsi: sono convinta che le donne non si fermeranno finché non otterranno l’uguaglianza”.
Nelle sue parole c’è una ferma speranza sul futuro dell’Iran: “Il regime è più debole ogni giorno che passa, i suoi sostenitori sono sempre di meno e c’è un problema economico enorme: la popolazione non riesce a sfamarsi e questo capita anche a chi lo sostiene. Ad ogni protesta, il regime perde un pezzo. Dopo “Donne vita e libertà” ci saranno altri movimenti, e uno di loro porterà al rovesciamento del governo. I giovani stanno dimostrando che non hanno paura, che sono coraggiosi. Quindi il regime cadrà presto, ma bisogna tornare in piazza”.
E poi spiega perché oggi il regime in Iran non può essere riformato: “Oggi la Costituzione iraniana è irriformabile perché le sue leggi non si possono modificare ed esiste un regime religioso sciita che impone la Sharia. La situazione in Iran è un vulcano che sta per esplodere. Ogni cinque ore c’è un’esecuzione capitale, anche se il popolo ne è assolutamente contrario. Il regime vuole creare terrore così”.
Il terrore è un sentimento che lei conosce bene: da sedici anni non vive più nel suo Paese e più volte ha scritto di dover “convivere con la paura”. Su questo tema afferma: “Il mio nemico vuole farmi paura, vorrebbe che io restassi ferma e muta. Questo mi dà la forza per non avere paura e per continuare a lottare. Se io avessi paura farei vincere il mio nemico”.
Ecco allora il suo consiglio per attivisti impegnati in ogni parte del mondo. “Giornalisti e attivisti devono far capire al mondo cosa accade davvero in Iran: il regime iraniano fa propaganda. Non è vero che il suo presidente è riformista. Allora anche i giovani iraniani fuori dalla loro Patria devono dire che questo regime non è riformabile, che è una dittatura religiosa. In Iran, purtroppo, anche tutta l’educazione nelle scuole è sotto il controllo del governo. Anche i libri sono scritti con il controllo del regime e sono fortemente ideologizzati, ma questo le famiglie lo sanno e non permettono alle nuove generazioni di crescere credendo in quello che studiano”.
Duro il suo giudizio sull’Europa e sull’America. “L’Occidente ha aiutato il regime in Iran, è meglio se non fa nulla. Il destino degli iraniani può essere cambiato solo per mano del popolo iraniano e da nessun intervento militare”.
E la sua opinione non cambia anche quando si parla di Palestina. “La comunità internazionale non ha sostenuto la Palestina. E la stessa cosa vale per l’Iran: tanti governi europei hanno sostenuto la Repubblica Islamica per motivi politici. Hanno scambiato terroristi, condannati per crimini contro l’umanità, con propri ostaggi. Ma questo non serve alle vostre democrazie. Così il regime pensa di poter continuare impunito a trattare in questo modo, arricchendosi anche di terroristi che tornano in patria. Questo per me significa rovinare la vostra stessa democrazia”.
Lo sguardo non può non andare al conflitto del Medio Oriente: “La pace in Palestina aiuterà anche l’Iran, dove il regime non avrà più scuse per finanziare i terroristi” dice Ebadi.
Ma nessuna inflessione, alcuna incertezza c’è nella sua voce nemmeno quando la domanda riguarda la pace vera in Palestina. “In Palestina serve una pace vera perché questo aiuterà anche gli iraniani. La Repubblica Islamica del ‘79 si fonda su due pilastri di politica estera: il primo è eliminare Israele e il secondo è allontanare gli americani dall’area. Il regime vuole un impero sciita in tutto il Medioriente, e tutte le risorse iraniane sono servite finora a finanziare i terroristi. 37 anni fa Hezbollah in Libano fu fondata grazie alle risorse iraniane, pagate dall’Iran, come è successo per gli Houti. E pure in Iraq molti fenomeni paramilitari caotici sono pagati dalle casse dell’Iran, che controlla anche la Siria. Perciò la pace in Palestina serve a togliere ogni scusa all’Iran per continuare a finanziare i gruppi terroristici, ovunque essi siano”.
Poi dice chiaramente che cos’è Hamas per lei: “È un gruppo terroristico, ma dopo il 7 ottobre 60 mila palestinesi sono morti, e quindi anche gli stessi palestinesi oggi odiano Hamas”.
E conclude parlando delle tante nazioni nel mondo dove si stanno facendo passi in dietro come democrazie. “Negli Usa, come in alcuni paesi occidentali, si pensa che alcuni diritti siano acquisiti e che non possano andare perduti, anche votando partiti di estrema destra. Molti giovani cresciuti in paesi democratici non apprezzano quello che hanno e non si rendono conto che potrebbero perderlo. Questo mette a rischio la democrazia”.