Lavoro, è tempo di rimettere al centro l’essere umano


Intervista a Gabriele Giorgi

Gabriele Giorgi, Docente di Psicologia delle Organizzazioni presso l’Università Europea di Roma, uomo che intreccia la dedizione per la ricerca scientifica con la volontà di rendere le organizzazioni più umane, sospingendo chi le vive verso una nuova consapevolezza e sensibilità. Non solo un ricercatore ma una guida autentica, capace di seminare passione e comprensione dentro i percorsi della formazione.

È uno di quei pomeriggi di ottobre nei quali l’aria fiorentina conserva ancora una dolcezza inattesa rispetto alla stagione. Sono seduto ad uno dei tavolini raffinati del Caffè Gucci, che si affacciano con eleganza su Piazza della Signoria, e ho di fronte il Professor Gabriele Giorgi, docente di Psicologia delle Organizzazioni presso l’Università Europea di Roma. Abbiamo davanti a noi un caffè espresso, che sprigiona il suo aroma intenso, mentre lo sguardo si perde tra i profili rinascimentali di Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria. Il professore incrocia il mio sguardo e, con un sorriso che tradisce una pacata soddisfazione, ascolta mentre gli confido:

È sorprendente il numero di pubblicazioni e studi che hai coordinato, tutti dedicati a tematiche vitali per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Hai affrontato con passione ogni aspetto dei rischi psicosociali: dal mobbing al bullismo, dalla violenza all’intelligenza emotiva, dallo stress digitale alle psicopatologie, dal tecnostress alle discriminazioni…
(Lui, quasi a volersi schermire, solleva le mani accompagnando il gesto con una risata sincera.) Dai, fermiamoci qui… Ammetto che sono temi che mi coinvolgono profondamente. Sono come trame sottili che attraversano la vita di tutti i giorni, spesso trascurate o fraintese, eppure richiedono risposte autentiche e coraggiose, che affondano le loro radici nella stessa struttura dell’organizzazione del lavoro.

Poi mi fissa negli occhi, come a voler cogliere la direzione più autentica dell’incontro.
Da dove desideri che partiamo? Cosa pensi possa toccare davvero il cuore di chi legge Plus Magazine?

Sceglierei di cominciare dallo stress lavoro-correlato, chiedendoti quanto ormai questo fenomeno sia diventato parte integrante della nostra quotidianità e quali siano, secondo te, le radici più profonde e spesso trascurate che lo alimentano.
Lo stress lavoro-correlato rappresenta oggi una delle sfide più complesse e pervasive del nostro tempo. Le sue radici sono profonde e molteplici: si va dai carichi eccessivi di lavoro, alla mancanza di autonomia decisionale, passando per tensioni e conflitti interpersonali, fino ad arrivare a contesti aziendali che spesso trascurano il valore del benessere psicologico. Le nostre ricerche hanno più volte sottolineato come i rischi psicosociali nascano da modalità inadatte di progettazione, organizzazione e gestione del lavoro, con effetti potenzialmente gravi sulla salute mentale e fisica delle persone. È una questione che tocca tutti noi, ogni giorno, e merita risposte autentiche e coraggiose.

In questo scenario, il termine tecnostress riecheggia spesso, quasi fosse il nuovo protagonista silenzioso della nostra epoca digitale. Ma cosa significa davvero?
Il tecnostress rappresenta una delle sfide più insidiose e attuali, che nasce dall’utilizzo incessante delle tecnologie digitali. Non si riduce semplicemente alla costante connessione, ma si alimenta anche della necessità di adattarsi continuamente a nuovi strumenti, della reperibilità che non conosce orari, e della difficoltà crescente nel tracciare una linea netta tra l’ambito lavorativo e la vita personale. In uno dei miei studi più recenti ho sottolineato come il lato oscuro della tecnologia, quando entra prepotentemente nel mondo del lavoro, merita attenzione: il tecnostress può generare ansia, senso di distacco, e una significativa flessione delle prestazioni.

Affrontiamo ora uno dei temi più delicati e dolorosi del contesto lavorativo: le discriminazioni. In che modo si manifestano oggi?
Oggi la discriminazione assume forme molto più sottili rispetto al passato. Non si tratta solo di atti espliciti, ma si insinua attraverso microaggressioni quotidiane, l’esclusione silenziosa dai processi decisionali, e stereotipi latenti che condizionano le relazioni e le opportunità. La pandemia, ad esempio, ha acuito queste dinamiche, portando a un incremento dello stigma verso determinate categorie di lavoratori. In una nostra ricerca pubblicata nel 2020 abbiamo documentato come lo stigma e la discriminazione (SAD) siano cresciuti durante l’emergenza sanitaria, con pesanti ripercussioni sul benessere psicologico e la salute mentale dei lavoratori.

E il mobbing? In che modo si differenzia dallo stress o dalla discriminazione?
Il mobbing è una vera e propria violenza psicologica, operata in modo sistematico e ripetuto nel tempo. Si manifesta attraverso attacchi verbali, esclusione sociale, sabotaggio delle competenze o della crescita professionale. A differenza dello stress, che può essere generico e non sempre intenzionale, il mobbing è sempre deliberato e rivolto contro una persona specifica. In uno studio condotto tra gli operatori sanitari, abbiamo osservato che il mobbing tra colleghi, se tollerato, crea un ambiente di lavoro negativo che mina la soddisfazione e la salute mentale delle persone coinvolte.

E adesso che hai molto bene identificato i problemi, quali sono, concretamente, le strategie più efficaci che suggerisci per prevenire queste dinamiche negative?
Sorride come se si fosse già aspettato la domanda. La prevenzione non può limitarsi a interventi sporadici o superficiali: richiede un cambiamento culturale profondo e un approccio sistemico che coinvolga ogni livello dell’organizzazione. Una leadership empatica, capace di ascoltare autenticamente e di comprendere le esigenze dei collaboratori, è il primo passo verso la costruzione di ambienti di lavoro realmente inclusivi. Spesso sottovalutiamo la potenza della formazione continua, sia sulle competenze tecniche sia sulle cosiddette ‘soft skills’: promuovere l’intelligenza emotiva, la capacità di gestire conflitti e la resilienza personale diventa oggi imprescindibile. Un’organizzazione attenta dovrebbe dotarsi anche di strumenti specifici per monitorare in modo costante il benessere psicologico dei dipendenti, affinché segnali di disagio non passino inosservati.
Non bisogna poi sottovalutare il ruolo che le crisi economiche giocano nell’amplificare ansie e insicurezze: la paura di perdere il lavoro o di non riuscire a far fronte alle difficoltà finanziarie incide profondamente sulla salute mentale dei lavoratori, generando livelli di stress spesso difficili da gestire. Ecco perché è fondamentale costruire una rete di supporto interna e promuovere politiche aziendali orientate alla tutela del benessere. Solo così potremo davvero coltivare ambienti professionali in cui ciascuno si senta valorizzato, sostenuto e motivato a dare il meglio di sé.

Una giovane donna, affascinante e raffinata, si avvicina alla vetrina del caffè e rivolge un cenno gentile al Professore. Lui, illuminato da un sorriso sincero, mi confida:
È la mia fidanzata… Credo che per me sia giunto il momento di andare.

Ricambio il sorriso e, prima che si allontani, gli porgo un’ultima domanda: vuoi lasciare un pensiero finale ai nostri lettori?
Prendersi cura della salute psicologica non è solo un obbligo etico, ma anche una scelta strategica fondamentale. Le aziende che davvero mettono la persona al centro non solo affrontano le sfide con maggiore resilienza, ma sono anche le più capaci di innovare e di costruire un futuro solido e sostenibile. È giunto il momento di cambiare mentalità: dobbiamo ripartire dal valore umano e mettere la persona al cuore di ogni decisione.

Queste parole, pronunciate con un sorriso e una punta di complicità, racchiudono una verità quanto mai attuale e lui continua, con passione, per concludere il ragionamento.
Oggi, più che mai, le organizzazioni che investono sul benessere psicologico dei propri collaboratori dimostrano di saper leggere i cambiamenti della società e del mercato. Non si tratta solo di aumentare la produttività o ridurre il turnover: coltivare ambienti di lavoro in cui ogni individuo si senta ascoltato, rispettato e valorizzato significa dare spazio alla creatività, favorire la collaborazione e costruire una cultura aziendale capace di affrontare le crisi senza perdere la rotta. In fondo, come recita un noto proverbio “volere è potere”: se davvero desideriamo cambiare, dobbiamo iniziare proprio dalla cura delle persone, perché il successo collettivo nasce sempre dal benessere individuale.

Con un saluto discreto e un ultimo sguardo complice, il Professore si alza e, prendendo a braccetto la giovane donna, si avvia tranquillo verso il Battistero. Intorno, il suono carezzevole di un violino si intreccia al tintinnio delle tazzine, creando un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Mentre lo osserviamo allontanarsi tra i riflessi dorati del pomeriggio, resta nell’aria la sensazione profonda di aver condiviso un frammento di autentica consapevolezza. In questo tempo in cui il mondo del lavoro si fa sempre più articolato e sfidante, le sue parole ci accompagnano come una chiamata appassionata: è tempo di restituire centralità all’essere umano, riportando al cuore di ogni scelta il valore della persona.