Giorgio Rocca, vent’anni dopo Torino 2006


A 50 anni l’ex slalomista azzurro si gode la sua seconda vita in mezzo alle sue amate montagne come Ambassador delle Olimpiadi di Milano Cortina.

Imprenditore di successo, padre di quattro figli e una vita a tutta velocità, Giorgio Rocca si dedica oggi a progetti legati al turismo e alla sua Ski Academy, società con cui organizza attività outdoor non solo per lo sci: dalla slitta con i cani alle ciaspolate, fino alla bici chiodata. Attività per grandi, piccini, e vip come Michelle Hunziker e Maria De Filippi, a cui ha dato lezioni di sci.
Il vincitore di 11 gare di Coppa del Mondo vive a Livigno, che durante i Giochi di Milano ha ospitato le competizioni di snowboard e sci acrobatico. Un altro grande evento che ha vissuto da protagonista, prima da tedoforo e poi da commentatore sportivo.
Sullo sfondo del 2026, per l’ex sciatore ricorre un anniversario che ha un sapore dolce-amaro: sono i venti anni dall’appuntamento a cinque cerchi di Torino. L’ex slalomista azzurro alla cerimonia di apertura dei XX Giochi del 2006 pronunciò il giuramento a nome di tutti gli atleti partecipanti. Nei suoi ricordi tanti momenti emozionanti, anche se mancò la zampata vincente.

Era la tua Olimpiade, quella di Torino 2006, ci arrivavi tra i favoriti.
Era tutto perfetto, la pista era bella e io sapevo benissimo cosa fare. Ero convinto di poter andare a medaglia. Purtroppo, ho spinto troppo in un punto dove la neve era più morbida e sono andato giù in un modo insolito. Con la mente ho rivissuto molte volte quel momento, il più bello e il più brutto della mia carriera. Ho comunque un bellissimo ricordo umano: ero nel mio miglior momento di carriera e tutto sommato era normale che tutti si aspettassero che facessi un buon risultato. Invece non andò così, il più bel ricordo sotto il profilo umano, il peggiore come sportivo.

Cosa ricordi di quell’arrivo?
L’abbraccio che mi ha dato Tomba, che è valso più di ogni altra parola. Alberto era il mio idolo negli anni Novanta e la passione che ho per questo sport la devo a lui. Siamo stati in silenzio, senza parlare, l’emozione era tanta.

Quanto manca quella medaglia con il buco in mezzo?
Tantissimo, anche perché il pubblico italiano è difficile da conquistare: solo se vinci in modo continuativo riesci ad appassionarlo e poi, quando lo hai conquistato, si ricorda di te anche nella sconfitta. In te rimane però l’amarezza e devi trovare la forza per venirne fuori. Io ci ho provato andando a Vancouver: volevo rifare un’altra Olimpiade, ma mi sono fatto di nuovo male al ginocchio. Lì ho rosicato un po’: mi sono dovuto accontentare di commentare la vittoria di Razzoli, con cui sono molto amico, che a Torino 2006 faceva l’apripista. Prima di Vancouver, mi ero fatto di nuovo male, però ero tornato in pista e piccole soddisfazioni me le ero ancora tolte.

Da qui nasce “Slalom. Vittorie e sconfitte tra le curve della mia vita”, il libro dove racconti cosa è accaduto dopo quel momento.
Nel libro scrivo di quanto sia importante imparare a perdere e che questo va insegnato ai nostri figli. Se affronti la sconfitta e da questa sai trarre delle motivazioni e usare questa esperienza negativa per essere una persona migliore domani, questo è un grandissimo traguardo, soprattutto per un atleta a fine carriera che si trova nel momento più difficile. Per chi ha vinto tanto non ci sono lavori al mondo che poi riescono a farti provare quelle stesse sensazioni.

Come trasmetti questo insegnamento ai tuoi figli?
Dico loro di inseguire solo obiettivi che siano raggiungibili. In questo percorso i social non ci aiutano: ti mostrano spesso solo il risvolto bello della medaglia e non tutto quello che c’è dietro, che dobbiamo invece spiegare noi genitori.

Dall’infortunio come se ne esce?
Con la concentrazione massima: nel momento in cui tutto si ferma, anche se tutto intorno a te va avanti, devi mantenerla alta. Devi recuperare fisicamente sapendo che non sarai più quello di prima e questo è molto doloroso. Ma è proprio qui viene fuori il carattere, la tenacia. Nel recupero dovrai migliorare rispetto al tuo prossimo avversario, che nel frattempo non ha vissuto quello che è accaduto a te. Non è semplice.

Ti è mai capitato di saltare una porta?
Sì, nella mia vita da sportivo è successo e sotto tutti i punti di vista: mi è capitato di non essere capace di cogliere l’attimo o di commettere errori. Nella vita personale o post atleta invece no. Anche se la vita di chi non è più un atleta è come laurearsi a 35 anni, quando ormai la carriera dovrebbe essere già stata impostata. Difficilissimo.

Hai sempre amato lo sci?
Assolutamente, ricordo spesso a chi me lo chiede che quando andavo a scuola, anche già all’asilo, guardavo fuori dalla finestra con la speranza che mio papà mi venisse a prendere per andare a sciare. Oggi insegno ai miei ospiti e ai miei collaboratori che la passione per la neve non è solo imparare a fare una curva. Questo è lo sport più bello del mondo: vai alla velocità che vuoi, fai le curve come vuoi e non hai nulla in mano, cellulare compreso.

Altri sport che ti piacciono?
Vado in moto e mi piace per equilibrio e destrezza.

Nel libro racconti anche di com’eri da ragazzo.
Da giovanissimo non ero affatto un campione: a tredici anni ero anche un po’ cicciottello. Mi sono dovuto formare man mano crescendo. Talento e tenacia non hanno lo stesso peso sula bilancia, ci vuole più determinazione per fare la differenza e devi anche conquistare la fiducia di allenatori e società. Il talento non basta, anche se arrivi al momento giusto nel posto giusto. Se non ti alleni non ottieni i risultati. La motivazione è stata la chiave del mio reinventarmi, del mio continuo voler migliorare ogni giorno.

Quali differenze vedi nei campioni di oggi?
Lo sport avanza con tecniche, regole e discipline sempre nuove e un atleta deve sempre aggiornarsi e mantenere alto il focus. Noi avevamo poche distrazioni, senza i telefonini sempre in mano. Oggi gli atleti devono documentare ogni passo sui social. Eppure, una cosa non è cambiata: un campione che vuole fare la differenza gestisce la sua giornata senza usare troppo il telefono.

Vedere le Olimpiadi sulle tue montagne che effetto fa?
Sono molto fiero. Livigno è la mia città. I miei genitori si sono trasferiti qui dalla Svizzera quando avevo due anni. A me dà un’immensa soddisfazione aver vissuto le Olimpiadi prima da atleta, poi da commentatore e spettatore e oggi come addetto ai lavori a casa mia. Queste Olimpiadi sono un’occasione unica per l’Italia. Se Torino è come è oggi, è perché vent’anni fa ci sono state le Olimpiadi, e così sarà per le mie montagne. Le quattro località sono state riunite in un contesto unico dove tutto è fruibile per il pubblico, senza disagi. A Livigno c’è stato un lavoro pazzesco. Da noi la legacy sarà tale, perché è stata stravolta come meta turistica, sfruttando al meglio questa grande occasione. Oggi poi ci sono più discipline rispetto a 20 anni fa e questo attira pubblico proveniente da vari paesi del mondo. La speranza è che questo pubblici torni, ma io non ho dubbi che sarà così.

Parola di Giorgio Rocca.