Antonio Banderas, attore per caso


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Antonio Banderas sul tappeto rosso dei Premi Goya tenutisi a Granada nel 2025
Oscar, Golden Globe, Festival di Cannes e molti altri. Non c’è un premio cinematografico che non lo abbia visto tra i candidati. Eppure lui, Antonio Banderas, è approdato alla settima arte casualmente, grazie ad un certo Pedro Almodóvar.

Considerato il simbolo del cinema latino nel mondo, Antonio Banderas è anche un regista e un produttore cinematografico di alto livello. Dagli esordi nel 1982 ad oggi, sono tantissime le pellicole che lo hanno consacrato sul grande schermo: da “Légami!”, per la regia di Pedro Almodóvar che lo ha scoperto e reso famoso, a “La casa degli spiriti” di Bille August passando per “Indiana Jones e il quadrante del destino” di James Mangold. Diviso tra Hollywood e la Spagna, da anni ha scelto il paese natale dove vive la sua grande passione: il teatro. Nel cassetto, però, c’è una sceneggiatura che potrebbe dirigere come regista così come c’è un film che sta girando e che vedremo prossimamente sul grande schermo.
Nel novembre dello scorso anno Banderas è stato l’ospite d’onore della 43ª edizione del Torino Film Festival dove ha ricevuto il premio Stella della Mole per la carriera, che gli è stato consegnato da Spike Lee durante la cerimonia d’apertura. In quell’occasione l’attore si è raccontato alla stampa.

Ripercorriamo brevemente la sua vita professionale?
Il cinema è arrivato per caso grazie a Pedro Almodóvar che mi ha voluto nel film “Labirinto di passioni”. Era il 1982 e la nostra collaborazione è andata così bene che ho recitato in molte sue pellicole, tra le quali “Matador”, “La legge del desiderio” e il celebre “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” che nel 1989 ha ottenuto la candidatura agli Oscar, al Golden Globe e al British Academy Film Award come miglior film straniero. Al Festival di Cannes del 2020, invece, con “Dolor y gloria” ho ricevuto il premio per la migliore interpretazione maschile. Pedro mi ha insegnato molto sulla libertà e sulla vita e gli sono davvero grato. Anche Hollywood mi ha regalato tante soddisfazioni e ricordo con piacere film come “Intervista col vampiro”, “Philadelphia”, “Evita”, “La maschera di Zorro”, il sequel “The Legend of Zorro”, “C’era una volta in Messico” e la saga di “Spy Kids”. Mi sono anche divertito parecchio a doppiare il Gatto con gli stivali in “Shrek”.

Con Pedro Almodóvar siete amici da decenni. Cosa pensa di lui?
Ci siamo incontrati in un periodo in cui in Spagna c’era un grande fermento artistico. Era terminata la dittatura e tutti volevamo colore, allegria, movida. Come ho detto, sono capitato quasi accidentalmente in questo contesto creativo che però per me è stato fondamentale perché ho imparato a non aver paura di niente e a conquistare la mia libertà. Provengo da una famiglia molto strutturata e, grazie a Pedro, ho saputo modificare la mia mentalità. Ovviamente negli anni siamo cambiati e oggi lui è un uomo introspettivo e profondo che ammiro sempre tantissimo.

Dopo l’infarto, per due anni è stato lontano dal set. Quando ha deciso di riprendere a recitare?
Quelli sono stati anni difficili. Ero spaventato e ho voluto tornare a vivere in Spagna per concentrarmi su mia figlia Stella e sulla mia famiglia. È stato Pedro a convincermi a ricominciare a lavorare. Mi ha proposto la sceneggiatura di “Dolor y gloria” e me ne sono innamorato. È stato un film importante e introspettivo per entrambi. Almodóvar, con quella pellicola, ha raccontato il rapporto con sua madre e con i suoi famigliari, ha reso pubblici sentimenti molto profondi che ha custodito gelosamente per tanti anni.

Lei è di origine spagnola e vive tra la Spagna e gli Stati Uniti. Quanto giudica importante le radici?
Sono molto legato alle mie origini perché hanno fatto di me quello che sono, come uomo e come artista.

Hollywood cosa rappresenta per Antonio Banderas?
In realtà non vivo molto quell’ambiente. Preferisco stare nel mio mondo, e ancora di più vivere in Spagna, anche se gli Stati Uniti hanno contribuito a far decollare la mia carriera. Mentre in Europa fare cinema è più artigianale, direi sartoriale, e l’aspetto artistico è tenuto in grande considerazione, in America i film sono un’industria vera e propria. Ricordo i miei esordi hollywoodiani con divertimento. In “Intervista col vampiro”, dove recitavo con Brad Pitt e Tom Cruise, indossavo dei denti aguzzi e mi morsicavo continuamente la lingua. In pratica non riuscivo a pronunciare le parole. Già il mio inglese non era eccellente, e infatti prendevo lezioni, in più avevo problemi a parlare… insomma, è stato complicato e ho dovuto doppiare i dialoghi, anche se alla fine non è andata male.

Al Torino Film Festival ha ricevuto il premio Stella della Mole per la carriera. Cosa pensa di questo riconoscimento?
Sono molto lusingato. Un premio è sempre un momento stimolante perché è la dimostrazione che il lavoro fatto è arrivato al pubblico e alla critica e questo, ovviamente, mi fa piacere. Ricevere la Stella della Mole da Spike Lee, poi, è stato fantastico. È un regista che stimo da sempre per la sua capacità di essere indipendente. Lui fa i film che vuole fare e nelle sue opere racconta ciò che gli interessa, senza paura o compromessi.

Che rapporto ha con l’Italia?
Mi piace tantissimo. La prima volta che sono venuto nel vostro Paese è stato nel 1985, alla Mostra del Cinema di Venezia, grazie al film “Requiem per un contadino spagnolo”. Da voi il cinema ha un ruolo importante e avete attori, attrici e registi di alto livello.

È molto attento ai temi sociali. Cosa pensa degli scenari internazionali attuali?
Secondo me, purtroppo, viviamo in un mondo costellato da ingiustizie dove verità e menzogna si scontrano. Gli scenari di guerra ci dimostrano quante persone soffrono quotidianamente per una lotta che le coinvolge e che spesso non sentono loro. Anche la tecnologia, benché importante, può essere fonte di problemi perché può creare immagini che vanno a ledere la vita di qualcuno.

La sua prossima pellicola?
Sto girando “Tony”, un biopic sugli anni giovanili dello chef Anthony Bourdain, dove interpreto un cuoco brasiliano che gli fa da mentore. Per entrare al meglio nella parte ho anche imparato a pulire il pesce. L’ho fatto per ore, finché non sono stato credibile.

È vero che il teatro è il suo grande amore?
Lo adoro. Al mattino mi sveglio presto, vado in sala, e mi sento davvero felice.

Quindi non la rivedremo più alla regia, come è successo con la commedia “Crazy in Alabama”?
In realtà ho un progetto. Vorrei raccontare la storia vera di una ragazza che in Spagna è stata accusata ingiustamente dell’omicidio di un’altra. È stata in carcere per tre anni ed è stata liberata solo dopo che un altro assassinio l’ha scagionata. Lei è stata vittima di una terribile ingiustizia. Oltre a dover affrontare il dolore del carcere, questa ragazza è stata presa di mira da tutti e i media l’hanno massacrata.