Federica Onelli


Una autrice del mondo della diplomazia che sa fondere rigore archivistico e capacità narrativa, trasformando la memoria istituzionale in uno strumento di divulgazione e diplomazia culturale

Federica Onelli incarna quella generazione di funzionari del Ministero degli Esteri che ha saputo spiegare come la diplomazia contemporanea non si esaurisca più nella sola arte degli accordi o delle trattative, ma tragga linfa vitale anche dalle narrazioni, dai simboli e dal patrimonio culturale. La sua attività, spesso svolta lontano dalle luci della ribalta, lascia un’impronta profonda e discreta nel modo in cui l’Italia guarda al mondo e, al contempo, costruisce il proprio racconto verso l’esterno. Alla Farnesina la Dr.ssa Onelli è a capo della struttura che cura la comunicazione e la valorizzazione del patrimonio dell’Archivio Storico Diplomatico (oggi parte dell’Unità Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica della Direzione Generale degli Affari Politici e della Sicurezza Internazionale), un laboratorio editoriale e di ricerca che produce alcune delle pubblicazioni più seguite dagli addetti ai lavori ed è sotto la sua supervisione che nascono dossier, rassegne e raccolte tematiche che offrono ai diplomatici – e non solo – una bussola per orientarsi tra crisi internazionali, mutamenti regionali e nuove forme di soft power.
Il lavoro di Federica Onelli non si limita alla carta stampata. La Sezione che dirige cura anche mostre storico documentarie che valorizzano il patrimonio della Farnesina: un modo per raccontare la storia della diplomazia italiana attraverso documenti, fotografie e testimonianze spesso inedite.

Ho avuto modo di incontrarla nel suo studio alla Farnesina, ambiente che sprigiona un’eleganza sobria e pacata.

La ringrazio innanzitutto per la sua disponibilità. Il suo percorso professionale è davvero straordinario e suscita grande interesse. Vorrei chiederle: quali sono state le motivazioni che l’hanno condotta a scegliere questa strada? Com’è nato il suo itinerario personale e professionale? Quali passioni, incontri e decisioni hanno orientato il suo cammino verso le tematiche che oggi approfondisce con tanta attenzione?
Il mio percorso non è stato affatto lineare, né tantomeno scritto in anticipo. Dopo il diploma, infatti, il mio sogno era tutt’altro: desideravo diventare astronauta. Ero attratta dalle scienze esatte molto più che dalle materie umanistiche. Poi, come spesso accade, una serie di passioni e inclinazioni personali – come l’amore per i cavalli e la pratica sportiva – mi hanno portata a cambiare direzione. Ho messo da parte l’idea di volare nello spazio per seguire strade forse meno spettacolari, ma più vicine al mio vissuto quotidiano.
Con il tempo, però, mi sono resa conto della difficoltà nel comprendere davvero il mondo che mi circondava. Guardando il telegiornale, molte notizie mi risultavano oscure, difficili da decifrare nel loro reale significato. Da qui è nata la decisione di iscrivermi a Scienze Politiche, spinta dal desiderio di interpretare meglio la realtà e la storia, una curiosità che porto con me fin da bambina.
La mia scelta professionale è maturata tra molte incertezze, proprio come accade a tanti giovani oggi. A guidarmi è stato il desiderio di capire, di andare oltre la superficie delle cose. Non mi sono mai percepita come una mente eccezionalmente brillante, ma ho sempre fatto leva sulla mia determinazione e sulla capacità di applicarmi: sono abituata a resistere, a passare ore sui libri fino a raggiungere l’obiettivo che mi sono data.
Durante il percorso universitario, l’incontro con il Professor Pastorelli (Professore ordinario di Storia dei Trattati e Politica Internazionale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma tra il 1974 e il 2001) ha segnato una svolta decisiva. La sua passione per la storia mi ha conquistata: ho imparato che studiare il passato non significa solo accumulare dati, ma sforzarsi di comprendere i motivi profondi degli eventi, interpretandoli attraverso i rapporti di potere e i contesti in cui si sono sviluppati. Ho scoperto che spesso la chiave di lettura si trova nei dettagli, che, se analizzati con attenzione e inseriti nel giusto quadro, possono rivelare dinamiche inaspettate. Le sue lezioni mi hanno trasmesso molto, tanto da farmi capire con chiarezza quale fosse la dimensione della storia che realmente sentivo mia.
Se c’è una cosa che ho imparato lungo il mio percorso, è che la storia politica nazionale, per quanto importante, non basta a cogliere le vere dinamiche che plasmano il mondo. È la storia internazionale, infatti, il terreno sul quale davvero si intrecciano le sorti del nostro Paese e si scrive la grande narrazione collettiva che ci coinvolge tutti. Consapevole di questa realtà, mi sono dedicata con determinazione allo studio e ho affrontato la preparazione dell’esame con uno slancio nuovo. È stato quasi naturale, a quel punto, scegliere di incentrate la mia tesi di laurea sulla storia delle relazioni internazionali, potendo contare sulla guida autorevole del professor Pastorelli.

E quindi è entrata in questo nuovo mondo.
Sì. L’incontro con il mondo della ricerca ha aperto davanti a me un panorama ricco di stimoli che non potevo ignorare: così ho deciso senza esitazioni di proseguire con un dottorato, pronta a mettere alla prova la mia passione e la voglia di andare oltre i confini segnati. Come spesso accade, però, il percorso universitario non ha avuto il finale che avrei immaginato. Eppure, quando si è presentata l’opportunità di entrare al Ministero, l’ho colta al volo. Da quel momento, ho iniziato a svolgere un mestiere che sento profondamente mio, nato da una combinazione di scelte ponderate, occasioni colte al volo e una buona dose di determinazione. Ho preferito la via della ricerca a quella accademica tradizionale, perché sento che c’è sempre qualcosa che mi spinge ad andare oltre, a esplorare nuovi orizzonti e a rimettermi in gioco.
Ho intrapreso la strada della ricerca con entusiasmo, scoprendo che qui la sua intensità supera di gran lunga quella che avevo sperimentato in ambito universitario. All’Università, infatti, il percorso accademico è scandito da tappe obbligatorie e, oggi più che mai, il mestiere di docente si scontra con una burocrazia soffocante e una miriade di formalità che spesso distolgono dalla vera passione per lo studio. In questo nuovo contesto, invece, sono quotidianamente immersa in un flusso incessante di documenti e stimoli, che trasformano la ricerca in un viaggio senza confini, costellato di testimonianze e carte capaci di aprire scenari sempre diversi.
Non mancano certo ostacoli e difficoltà, spesso indipendenti dalla mia volontà. Eppure, è proprio questo continuo cambio di prospettiva a rappresentare la vera sfida e al tempo stesso lo stimolo più grande: può capitare di dover passare in poche ore dall’analisi dell’Ottocento al Novecento, dall’Estremo Oriente al Medio Oriente, dagli Stati Uniti al Canada e al Cile. Ci si muove costantemente, senza mai avere il tempo di sentirsi padroni assoluti di una sola materia. Forse, è proprio questa dinamicità a costituire la linfa segreta e affascinante della mia professione. In questo peregrinare, ho imparato a sviluppare una competenza fondamentale: la capacità di orientarmi tra le maglie dell’informazione, diventando esperta non tanto di una singola disciplina, quanto dell’arte di cercare, selezionare e interpretare ciò che conta davvero.

Come interpreta il rapporto delle nuove generazioni con la storia e con il presente?
Non nascondo una certa inquietudine. Osservo i miei figli, che fortunatamente hanno saputo prendere le nuove tecnologie sotto controllo: le utilizzano in modo consapevole, ne sfruttano i vantaggi senza subirle passivamente. Tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte dei giovani appare più vulnerabile, quasi soggiogata da questi strumenti. Ecco perché guardo al futuro con apprensione: temo che si delinei una società in cui pochi sapranno davvero comprendere e governare, mentre molti si limiteranno a lasciarsi condurre. Non mi sembra, questa, una prospettiva rassicurante.

Secondo lei, l’Intelligenza Artificiale rappresenta un limite o uno stimolo nelle ricostruzioni storiche?
Credo che l’Intelligenza Artificiale sia, al tempo stesso, una sfida e una risorsa per chi si occupa di storia. Da un lato, offre strumenti potentissimi per l’analisi e l’elaborazione dei dati, permettendo di individuare connessioni che talvolta sfuggirebbero all’occhio umano. Dall’altro, però, impone una riflessione critica: il rischio di affidarsi troppo agli algoritmi è quello di perdere il contatto diretto con le fonti, con la materia viva della storia. Io personalmente vedo l’IA come uno stimolo, purché non si dimentichi mai che la vera comprensione degli eventi nasce dalla capacità di interpretare, di andare oltre i numeri e le statistiche, di cogliere le sfumature che solo lo studio approfondito e la sensibilità umana possono offrire.
Dal mio punto di vista, il modo in cui ciascuno affronta la realtà dipende molto dal tipo di intelligenza che possiede. So che questa visione può apparire divisiva e non condivisibile da tutti, ma credo esista una sorta di scala di competenze e capacità. Chi, per ragioni di fortuna o di natura, si ritrova con un’intelligenza meno brillante rischia di essere sopraffatto e di non riuscire a emergere. Al contrario, chi dispone di una mente vivace e acuta avrà a disposizione strumenti e opportunità maggiori. Di conseguenza, prevedo che le disuguaglianze aumenteranno: non si tratta di scegliere se sia giusto o meno, ma di constatare una tendenza che mi preoccupa.

Come interpreta la realtà che stiamo vivendo oggi?
Abbiamo forse creduto, per un momento, che il mondo seguisse un percorso lineare, ordinato su binari predefiniti. Eppure, la realtà ci ha smentito: dalla preistoria a oggi la storia è stata un susseguirsi di eventi imprevedibili, e nulla ci garantisce che non possa accadere ancora di tutto. Questa consapevolezza mi ha insegnato a non fossilizzarmi su un solo decennio o su una specifica area geografica: chi si limita a osservare un periodo circoscritto rischia di convincersi che tutto inizi e finisca in quei confini, perdendo di vista la complessità del quadro generale. Al contrario, osservando la storia nel suo fluire continuo, comprendo che davvero tutto può succedere e che non bisogna mai dare nulla per scontato. Ecco la lezione più grande che la storia mi ha trasmesso: mantenere sempre viva la capacità di guardare oltre, senza pregiudizi e senza certezze assolute.

Le lettrici del nostro Magazine ci chiederebbero: l’essere donna, nel momento in cui ha intrapreso il percorso di ricerca e di studio, le ha reso la strada più agevole o ha incontrato degli ostacoli?
Per me, essere donna non è mai stato un peso né un ostacolo, ma piuttosto una condizione che offre opportunità e vantaggi, se si sa coglierli. Non ho mai vissuto la mia femminilità come una limitazione, e forse proprio per questo la mia prospettiva non può dirsi del tutto oggettiva. Il dibattito su questo tema mi interessa, ma la mia esperienza personale è segnata da un ambiente familiare in cui la diversità di genere era già una realtà concreta negli anni Settanta. Mia madre, pur senza aver seguito un percorso di studi formale, ha costruito una carriera significativa, diventando un vero modello di emancipazione per me e per la mia famiglia. In questo contesto, non mi sono mai sentita schiacciata né nella sfera personale né in quella lavorativa. Ritengo di essere stata fortunata, e riconosco quanto questo abbia inciso sulla mia esperienza.

Se dovesse dare un ultimo consiglio a chi desidera avvicinarsi agli studi storici o intraprendere la carriera nella ricerca, quale sarebbe il primo passo da compiere?
La curiosità è il vero motore del mondo. Mi lascio guidare da questo impulso in ogni momento del mio percorso, convinta che sia fondamentale trasmettere agli altri quanto sia prezioso lasciarsi ispirare dalla curiosità. Quando ci si lascia coinvolgere da essa, ogni lettura, ogni studio assume un valore più profondo, e si trova la motivazione per affrontare anche le difficoltà più complesse — che siano di natura professionale, burocratica o legate alle tante incertezze che, inevitabilmente, accompagnano chi decide di intraprendere la carriera nella ricerca. So bene che chi si avvicina a questo mondo deve imparare a destreggiarsi tra mille ostacoli, ma credo che sia proprio la curiosità a fornire la forza necessaria per superarli e andare avanti, anche nei momenti più critici.

Si affaccia alla porta una collaboratrice, discreta come un battito d’ali, per ricordare un imminente impegno istituzionale. Saluto e ringrazio la Dottoressa Onelli per la sua gentile disponibilità, mentre mi allontano portando con me un pensiero: il rispetto dovuto a chi svolge un compito tanto delicato, dove metodo e sensibilità si intrecciano con lo sguardo vigile sulle nuove tendenze.