Catastrofi naturali: l’ambiente ci presenta il conto. Intervista a Costantino Scozzafava, Vice Direttore di Aon S.p.A.


Costantino Scozzafava Vice Direttore Generale e Head of Affinity and Mobility di Aon

Partiamo da qui: cosa intendiamo oggi per “catastrofi naturali”?
Sono eventi improvvisi e violenti legati alla natura che causano danni significativi a persone, cose e ambienti. Parliamo di alluvioni, uragani, siccità, incendi, frane. Questi eventi esistono da sempre, certo, ma quello che sta cambiando – e velocemente – è la frequenza e l’intensità con cui si verificano. Ormai non passano settimane senza che sentiamo parlare di un “evento estremo” in qualche parte del mondo. E la scienza conferma: non è un’impressione, ma una tendenza concreta alimentata dal cambiamento climatico.

Quanto è grave il fenomeno a livello globale?
Gravissimo, e in accelerazione. Secondo i dati di Swiss Re Institute, nel 2023 i disastri naturali hanno causato danni economici per oltre 300 miliardi di dollari nel mondo. Il 2024 è andato anche peggio: secondo il Global Catastrophe Report di Aon, si sono superati i 368 miliardi di dollari. Ma il dato più inquietante è che quasi il 60% di queste perdite non era coperto da assicurazioni. Tradotto: famiglie, imprese e governi hanno dovuto affrontare i costi senza alcun paracadute finanziario.

Che ruolo ha il cambiamento climatico in tutto questo?
È il moltiplicatore di rischio. Le temperature più alte scatenano reazioni a catena: scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei mari, ondate di calore, eventi meteorologici più violenti. L’atmosfera più calda trattiene più umidità, e quando scarica pioggia, lo fa con maggiore violenza. Secondo l’IPCC (il comitato scientifico ONU sul clima), ogni decimo di grado in più aumenta esponenzialmente la probabilità di eventi estremi.
E non parliamo di futuro: il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato nella storia. In alcune zone del pianeta, come l’Africa del Nord, il Medio Oriente e parti dell’Asia, le temperature hanno superato i 50°C. In Italia abbiamo visto estati torride, grandinate anomale, incendi fuori controllo.

E per quanto riguarda l’Italia? Siamo davvero così esposti?
Purtroppo sì. L’Italia è uno dei Paesi europei più fragili dal punto di vista climatico e geologico. Secondo ISPRA, il 94% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico: frane, smottamenti, esondazioni. Nel 2023, gli eventi estremi in Italia sono stati ben 378, secondo Legambiente: alluvioni lampo, mareggiate, grandinate violente, tempeste di vento. La sola alluvione in Emilia-Romagna ha provocato danni stimati in oltre 9 miliardi di euro. E anche nel 2024, purtroppo, siamo sulla stessa traiettoria.

Ma queste catastrofi colpiscono tutti allo stesso modo?
No, e questo è un punto cruciale. Gli effetti delle catastrofi naturali sono spesso asimmetrici. Le comunità più vulnerabili – per ragioni economiche, geografiche o infrastrutturali – subiscono l’impatto maggiore. Pensiamo alle piccole imprese, ai coltivatori, alle famiglie in aree a rischio che non possono permettersi di mettere in sicurezza le loro abitazioni.
Ma ci sono anche interi settori industriali a rischio: turismo, agricoltura, logistica.

Che strumenti abbiamo per adattarci a questa nuova realtà?
Ce ne sono diversi, ma nessuno da solo basta. Innanzitutto, la prevenzione strutturale: serve investire in infrastrutture resilienti, riforestare, adattare le città ai nuovi climi. Dobbiamo abbandonare la logica dell’emergenza e ragionare in termini di adattamento sistemico.
Poi c’è il ruolo della pianificazione urbana: evitare di costruire in zone a rischio, aggiornare le mappe di pericolosità, rivedere i codici edilizi. E naturalmente, serve agire sulle cause: ridurre le emissioni, accelerare la transizione energetica, promuovere comportamenti sostenibili.

In questo scenario, che ruolo può avere il mondo assicurativo?
Un ruolo chiave, anche se oggi sottovalutato. L’assicurazione non previene il danno, ma può ridurne drasticamente l’impatto economico. È una forma di protezione finanziaria che permette a famiglie, imprese e governi di ripartire più in fretta. Il problema è che oggi il cosiddetto “protection gap”, cioè il divario tra danni subiti e coperti, è ancora enorme: nel mondo oltre metà dei danni non è assicurata, in alcuni paesi arriva al 90%.
In Italia, fino a poco tempo fa, assicurarsi contro le calamità era facoltativo. Ma nel 2024 è entrata in vigore una norma molto importante: le imprese sono obbligate ad avere una polizza contro rischi climatici e sismici. È un passo fondamentale per aumentare la resilienza del sistema economico.

Le imprese stanno rispondendo positivamente?
All’inizio c’è stata un po’ di confusione. Ma pian piano molte aziende stanno capendo che si tratta di un investimento sulla continuità del proprio business. Perché basta una frana, un blackout, un’alluvione per fermare la produzione o distruggere magazzini, impianti, merci. E ricostruire senza copertura può voler dire fallire.
Le compagnie assicurative stanno anche cominciando a offrire strumenti più flessibili, con premi legati al livello di rischio dell’area, alla qualità delle infrastrutture, alla presenza di misure di prevenzione. Si parla sempre di più di assicurazione parametrica, cioè forme di copertura legate a soglie climatiche misurabili.

E i privati cittadini? Anche loro dovrebbero assicurarsi?
Assolutamente sì. Lo Stato non può farsi carico di tutti i danni: sempre più spesso, senza una copertura assicurativa, i rimborsi arrivano tardi o non arrivano affatto.
In Francia, ad esempio, esiste un sistema obbligatorio di assicurazione contro le calamità naturali integrato nelle polizze casa. In Italia ci stiamo arrivando per gradi. Ma se vogliamo un Paese più pronto, dobbiamo cambiare mentalità: proteggere la propria casa dalle alluvioni non è più un gesto straordinario, ma di ordinaria prudenza.

In sintesi, cosa ci insegna tutto questo?
Che viviamo in un mondo nuovo, dove il clima è diventato un fattore di rischio concreto e quotidiano. Non possiamo più far finta che gli eventi estremi siano “una sfortuna” o “una fatalità”. Dobbiamo prenderne atto, prepararci e reagire.
La buona notizia è che gli strumenti ci sono: tecnologia, scienza, reti di protezione finanziaria, consapevolezza. Ma serve una svolta culturale: dobbiamo accettare che il rischio fa parte della realtà e dotarci di tutti gli strumenti – fisici, economici, assicurativi – per conviverci. Come si dice? Sperare per il meglio, ma prepararsi al peggio.