Lorenzo Palloni: il mio noir a fumetti parla della realtà in cui viviamo


Lorenzo Palloni è uno dei più emblematici talenti del fumetto italiano degli ultimi dieci anni, sia per il valore dei fumetti che ha realizzato per la Francia e l’Italia, sia per essere stato tra i promotori di due realtà altrettanto emblematiche: il collettivo Mammaiuto nel 2011 e La Revue Dessinée Italia (ora semplicemente “la revue”) nel 2022.
Mammaiuto si è affermato come una delle più importanti realtà dell’autoproduzione, caratterizzandosi per professionalità e cura in tutto quanto è stato realizzato, nonché come incubatore di progetti che spesso sono approdati a case editrici italiane ed estere. La Revue Dessinée Italia è nata sul modello dell’omonima francese, portando il giornalismo indipendente a fumetti nel nostro paese secondo una formula rigorosa e particolarmente interessante: ogni articolo-reportage viene scritto da un/a giornalista – con il rigore della deontologia professionale – e disegnato da un/a fumettista. Nella sua veste di autore, Lorenzo Palloni è ideatore, sceneggiatore e disegnatore, se pure ha scritto un gran numero di storie per altri disegnatori, tra cui “The Corner” con i disegni di Andrea Settimo, “365” con Paolo Castaldi, “Instantly Elsewhere” e “Terranera” con Martoz (Alessandro Martorelli), “Desolation Club” con Vittoria Macioci, “Emma Wrong” con Laura Guglielmo, “L’ignobile Shermann” con Alessandra Marsili e “Fortezza volante” con Miguel Vila. Da autore unico ha pubblicato “Mooned”, l’incredibile avventura di un astronauta caduto sulla faccia nascosta della Luna, numerose storie brevi per Mammaiuto (raccolte da Feltrinelli nel volume Ossario) e i graphic novel “Delusi dalla preda” (Mammaiuto), “L’isola”, “La lupa”, “Burn Baby Burn” e “È successo un guaio”, per saldaPress. Tante le nomination e i premi vinti, tra cui un Gran Guinigi a Lucca e due Boscarato a Treviso. Caratteristica che accomuna la maggior parte delle sue opere – dalle storie brevi ai graphic novel – è una marcata venatura noir, inserita in trame dinamiche e con personaggi fortemente caratterizzati. Ed è proprio sul noir – genere quasi sconosciuto al fumetto italiano – che Lorenzo Palloni ha risposto ad alcune domande per Plus Magazine.

Per parlare di noir a fumetti in Italia non bisogna fare l’errore di tradurre il termine in italiano, perché il fumetto nero, nato con “Diabolik” nel 1962, è tutta un’altra cosa. Per te cos’è il noir? E, in particolare, cos’è il noir a fumetti?
Il noir è un genere letterario che indaga la natura dell’uomo in relazione con il contesto sociale. È estremamente politico ed è riferibile alla tragedia come meccanismo narrativo, in quanto sono caos, caso e destino che ti portano al finale, a differenza del giallo, in cui la logica riconduce il caos all’ordine e quindi al lieto fine. Non c’è logica che tenga in un mondo come il nostro – lo vediamo ogni giorno con le notizie che l’infodemia ci lancia addosso. Per questo percepiamo il noir come più realistico e attendibile. Il noir a fumetti, quando non d’autore come quello di Coconino dei primi del 2000, per intenderci, è un genere non molto seguito, non molto codificato – se non in America – che grazie al medium interlaccia storia e gabbia, ritmo e segno, dando al racconto potenzialità incredibili. Penso di essere uno dei pochi a fare noir puro in Italia oltre a Bacilieri. Non incidentalmente, intendendo, ma con lo specifico intento di incorniciare una certa atmosfera e un certo gusto. Ho sempre provato a fare un tipo di noir che sorprendesse il lettore, più fresco, per certi versi letterario. Abbiamo appunto ancora l’idea del Fattore K (i fumetti come “Diabolik”, “Satanik”, etc.) e dobbiamo allontanarci da quell’idea di nero pop nato negli anni ‘60 per intrattenere i borghesi. La società è cambiata, il noir è cambiato in neo-noir negli anni ‘90, e forse oggi siamo nel post-noir, dove le vecchie regole non valgono più e l’assurdo è, purtroppo, realtà.

Con “Delusi dalla preda”, di cui sono già state pubblicate due edizioni per Mammaiuto, e “È successo un guaio”, di cui è uscito il primo volume – autoconclusivo – per saldaPress, hai scritto e disegnato due noir ambientati in Italia. Ma l’Italia è un paese per noir? E quali sono gli elementi per cui vale la pena ambientarci una storia?
Il nostro è il paese più noir che si possa immaginare. Uno dei pochi al mondo dove i complotti esistono davvero, dove i  fatti di sangue ci ossessionano a distanza di decenni perché compiuti dal nostro stesso Stato, dove siamo tutti detective e psicologi e pretendiamo dal telegiornale dettagli macabri e vouyeristici di eventi tragici. Abbiamo avuto un governo ombra chiamato P2, un esercito stay-behind come Gladio, delitti misteriosi di cui non scopriremo mai autori, una forza di polizia fascista al meglio – fascista e corrotta al peggio. Abbiamo inventato il pensiero mafioso, abbiamo creato cosche più o meno in ogni regione, abbiamo rivoluzionato l’idea di crimine rendendola stilosa e necessaria, sentiamo la mancanza di Berlusconi, eleggiamo gente come Salvini. Di delitti ce ne sono sempre meno per ragioni tecniche – la tecnologia fa da vago deterrente e denunciamo meno del resto d’Europa perché abbiamo scarsa fiducia nelle forze dell’ordine, quindi le statistiche sono migliori dei paesi scandinavi, ma per i motivi sbagliati. Il nostro è un paese di destra, violento, reazionario, egoista, ipocrita, narcisistico e clanico: il clan, la famiglia, è tutto, e si fottano gli altri. Il familismo amorale che ci contraddistingue è presente in ogni pensiero e percezione dell’altro, anche quando guidi in mezzo al traffico. Viviamo in un mostro di Frankenstein dove siamo refrattari alle regole ma giudichiamo chi non le segue. Eppure la bellezza retorica che ci circonda è inimmaginabile. Il contrasto di un paese demente con città e paesaggi mozzafiato e carichi di passato come i nostri è impagabile. Ci provano gli svedesi, a volte ce la fanno, ma gli manca il calore e l’intuizione mediterranea. Consiglio: è tutto esemplificato e amplificato in tre libri in prosa, due ambientati nella città da cui scrivo, Torino, che mi ossessionavano quando ero adolescente, “La Donna della domenica” e “A che punto è la notte”, entrambi di quei geni di Fruttero & Lucentini; l’altro è “I milanesi ammazzano al sabato” di Scerbanenco. È davvero tutto lì.

Protagonista di “È successo un guaio” è una famiglia di investigatori, una vera famiglia, tutt’altro che perfetta ma che funziona molto bene. Da dove viene questa scelta?
Viene dall’idea di fare una fotografia dell’oggi: un momento storico in cui come comunità siamo atomizzati, la società sta crollando, i diritti umani, civili e internazionali stanno facendo passi indietro giganteschi. Mi serviva qualcosa che rappresentasse l’unione, e la famiglia come grado zero di comunione cellulare sociale – e quindi anche come specchio ribaltato di quel familismo amorale che dicevamo prima – era perfetta come vettore. Il giallo, il noir, il thriller e l’action, il comedy che ho impastato per scrivere e disegnare “È successo un guaio” sono tutte scuse per dire ai lettori: ci hanno separato, i nostri corpi sono sequestrati da un sistema che ci vuole produttivi, spremuti e divisi, ma funzioniamo solo se uniti. Così funziona la famiglia Malocchi: hanno dei casi assurdi e sopra le righe da risolvere, e da soli non possono farcela. Ogni fratello è un pezzo di qualcosa che da solo è inutile. Ma accostato agli altri due, la verità sarà svelata e altri guai e altri morti, forse, evitati.

Tavole tratte dai fumetti di Lorenzo Palloni: “È successo un guaio” e “Delusi dalla preda”

 

Credit photo Lorenzo Palloni ©Guillaume Berthier / ZOO Le Mag