Calabresi, la mia svolta come racconta storie


Negli ultimi anni Mario Calabresi è diventato il cantastorie privilegiato delle vite altrui, che offrono sempre tanto a chi sa ascoltarle: oltre a raccoglierle nei suoi libri, le racconta settimanalmente nel suo podcast che si intitola, non a caso, “Altre storie”. Anche nel suo ultimo libro, “Una volta sola”, racconta tanti esempi di chi, anche se sembrava impossibile, ha saputo indirizzare il corso della sua vita.

Come è nata la tua passione per le storie?
Tempo fa a Marrakech vedo un’insegna di un barbiere molto bella. Ne volevo una anche io e così andai nella bottega di un anziano che le dipingeva. Quando, due giorni dopo, tornai a ritirarla vidi che anziché giornalista l’artigiano aveva scritto storyteller. Seccato rimbrottai che non era la mia, io ero un giornalista e non un racconta storie ma il pittore di insegne insistette e così la ritirai. Pochi mesi dopo il mio percorso in Repubblica finì. Nell’attesa di decidere cosa fare, durante un soggiorno di approfondimento giornalistico negli Usa, il presidente di Google, che conosco da anni, mi disse che secondo lui avrei dovuto raccontare le storie. Al mio rientro in Italia inizio a scrivere la newsletter “Altre storie”. Vado a Berlino e incontro un altro collega al quale confido di voler fare dei podcast dal taglio giornalistico e lui mi consiglia di raccontare storie che secondo lui sarebbero state più nelle mie corde. Alla fine, mi sono arreso: aveva ragione il pittore di Marrakech!

Come nascono invece i tuoi libri?
Non ho una cadenza fissa, non esco tutti gli anni con un nuovo libro. Magari per due o tre anni non esce nulla, poi in un anno ne scrivo due. Questo perché c’è bisogno che ci sia qualcosa che sento di voler cercare.

“Una volta sola” da cosa nasce?
Da una sensazione forte che in molti, se non tutti, questo tempo di pandemia abbia cambiato qualcosa in noi. Se si fosse trattato solo di quelle prime settimane di primavera, in cui eravamo chiusi in casa, la pandemia sarebbe rimasta parentesi, per alcuni molto dolorosa e sconvolgente. Siccome, invece, quel periodo è durato a lungo, ci ha scosso profondamente, facendo anche crollare un po’ la certezza che le vite si possano organizzare con progetti di lungo termine, prendendosi anche il lusso di rinviare. A un certo punto l’inatteso e l’irrazionale ha preso il sopravvento e ha sconvolto le nostre vite e secondo me ha lasciato dentro molti la sensazione che, se hai delle cose a cui tieni, vale la pena farle. Non si spiega altrimenti il numero mai visto prima di persone che lasciano il lavoro, lo cambiano, ritornano a studiare. In questo senso, ho pensato molto a mia nonna.

In che senso?
In tutti i miei libri c’è sempre mia nonna, tranne in questo. Ma ne parlo spesso quando presento il libro. Mia nonna era nata prima della Prima Guerra Mondiale. Ha vissuto fino a 94 anni con l’urgenza che le cose fossero sempre da fare, perché non si sapeva mai. Posso raccontare un aneddoto legato a mia nonna?

Prego.
Le chiedevo spesso di raccontarmi della sua storia ma ogni suo ricordo era un racconto che durava almeno un’ora. Così spesso rimandavamo. Nel 1997 dovevo andare per la prima volta in viaggio con amici in barca a vela, non ci ero mai stato e non sono mai più andato dopo. Pochi giorni prima della partenza mia nonna mi chiede di accompagnarla in montagna dicendomi che le sembrava l’occasione giusta per raccontarmi tutte le sue storie. Al mio rifiuto mi chiede l’età dei miei amici e mi ripete di averne 73. Mi disse: “Decidi tu cosa fare”. Sono andato con lei ed è stato bellissimo. Ho riempito tre o quattro quaderni e anche il retro di molti vecchi calendari. I miei amici ancora oggi non credono alla storia della nonna.

Qual è il suo insegnamento più grande?
Lei voleva lasciarci l’idea che la vita è piena di cose preziose, di cui spesso ci rendiamo conto solo quando rischiamo di perderle. Una cena con gli amici, una festa di compleanno, una passeggiata sono momenti meravigliosi e anche la quotidianità lo è. I momenti belli vanno goduti tutti i giorni e non vanno dati per scontato.

In questo libro parli alle tue figlie. Cosa vuoi dir loro?
Di avere il coraggio di scegliere ogni giorno: scegliere con chi stare, dove vivere, che lavoro fare, da che parte stare, cosa dire e cosa non dire. Non accontentarsi o stare nel flusso. Scegliere, perché si vive una volta sola. Per dire questo a loro mi sono messo a cercare delle storie in cui si vedeva qual è il valore della scelta e come sia possibile scegliere anche quando apparentemente sembra che non ci siano alternative.

E allora quali sono le storie che hai trovato?
Sono partito dalla storia di una ragazza che ho visto diventare donna e poi mamma e che mi ha scritto per chiedermi aiuto; aveva scoperto di essere malata e voleva lasciare un racconto scritto ai suoi bambini, temeva di non avere il tempo di vederli crescere. Abbiamo cominciato un viaggio indietro nel tempo scandito dalle mie domande e dai lunghi vocali che mi mandava in risposta. Partendo dai pensieri che Rachele mi aveva acceso, ho cominciato a cercare storie di persone che hanno avuto il coraggio di scegliere. Oltre a lei ci sono nel libro altre storie di coraggio come una donna vittima di violenza sposata con un camorrista o quella del sarto afghano che diventa titolare del suo negozio con i pochi risparmi accantonati
quando guadagnava una miseria come dipendente in nero.

Si fatica a trovare le storie giuste?
Secondo me no perché esiste un Dio delle storie. Se sei in ascolto e hai gli occhi aperti le storie arrivano. E poi tre indizi fanno una storia. Faccio un esempio. Una sera in pizzeria scopro che il gestore aveva sette argentini che lavoravano per lui. Mi incuriosisco e mi spiega che dopo il Covid molti argentini con un avo italiano sono venuti qui. Poco tempo dopo conosco una famiglia e la loro storia è nel libro: sono due professionisti che hanno deciso di lasciare Buenos Aires perché lì i loro figli non potevano imparare ad andare in bici, visto che per strada è molto pericoloso e te le rubano. Decido così di
raccontare la loro storia.

Cosa determina una scelta di coraggio?
Non sempre la scelta è dettata dal caso o dall’istinto ma dalla somma di quello che siamo. Noi non siamo l’attimo presente ma l’insieme delle esperienze fatte, di tutto ciò che abbiamo ricevuto da genitori e maestri. Quando dobbiamo scegliere pesano anche gli amici. I miei più cari sono tre e li ho persi tutti, l’ultimo con il Covid. Uno di loro mi ha insegnato che nei viaggi non importa vedere i musei ma è meglio andare dal barbiere perché lì si respirano le atmosfere, si capiscono le storie. Io prima di viaggiare con lui seguivo solo le guide turistiche.

Insomma, il messaggio è: “Non lasciare che sia la storia a scegliere la tua vita”. A proposito di indizi, questa frase l’ho letta di recente sui manifesti di una campagna pubblicitaria. Il libro lo hai scritto anche per dire questo alle tue figlie. Credo che lo leggerò alla mia.

Grazie, ne sono onorato.