Un 2026 di buon senso. L’augurio di Stefano Accorsi


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L’attore bolognese non ha certo bisogno di presentazioni. In più di trent’anni di carriera ha conquistato pubblico e critica con film di grande successo. Il suo segreto? Ama recitare, oggi come agli esordi.

Dallo spot pubblicitario per un famoso gelato, dove pronunciava la celebre battuta “Du gust is megl che uan”, ai numerosi David di Donatello, Globo d’Oro, Nastro d’Argento, Ciak d’oro fino alla Mostra del Cinema di Venezia dove nel 2002 ha vinto per la miglior interpretazione maschile nel film “Un viaggio chiamato amore” diretto da Michele Placido. Questa, in sintesi, è la carriera di Stefano Accorsi. Un attore che dopo più di trent’anni di film è ancora innamorato del cinema e della recitazione. Tra le pellicole che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico ricordiamo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, tratto dal romanzo di Enrico Brizzi, e “Radiofreccia”, con Luciano Ligabue al debutto come regista, con il quale nel 1999 ha vinto il David di Donatello come miglior attore protagonista. “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino e “Santa Maradona” di Marco Ponti lo hanno invece consacrato tra i big del grande schermo e non è un caso che il celebre Ferzan Özpetek lo abbia voluto in numerosi film: da “Le fate ignoranti”, per il quale nel 2001 si è aggiudicato il Nastro d’argento come miglior attore, a “Saturno contro”, da “La dea fortuna” a “Diamanti”.

Ricordi il tuo primo provino?
Certamente! È quello in cui ho sbagliato tutto. Pupi Avati aveva messo un annuncio su “Il Resto del Carlino” per cercare attori alla prima esperienza per il film “Fratelli e sorelle”. Io in quel periodo facevo il bagnino di salvataggio e ho deciso di provare, così mi sono fatto fare delle foto che credevo fossero bellissime, invece, erano orribili e con le luci sbagliate. All’incontro il regista mi chiese di parlare della mia esperienza da bagnino e io lo feci come se fossi una star di Hollywood. Quando fui preso mi disse che aveva scelto il provino più bello e il più brutto e sottolineò che il mio non era il migliore. Quello che mi ha insegnato Pupi Avati è l’importanza di essere umile. Un aspetto che non ho mai dimenticato sia quando recito sia nella vita quotidiana.

Proprio “Fratelli e sorelle”, del 1992, ti ha portato alla Mostra del Cinema di Venezia. Un ricordo?
Più che un ricordo rivivo ancora oggi l’emozione non solo di aver recitato in America, ma anche di essere stato in concorso a Venezia con il mio film d’esordio. A ripensarci sembra un sogno.

La prima volta che recitare ti ha trasmesso gioia?
Alla scuola di teatro. Stavamo facendo un’improvvisazione dove non dovevamo parlare, ma usare l’espressività. Io simulavo di essere in ascensore e credevo di essere realistico, invece, i compagni si sono messi a ridere. Ho provato una felicità grandissima. Mi piace trasformare la finzione in realtà ed essere quanto più possibile vero.

Nel 2002 hai ottenuto la Coppa Volpi per “Un viaggio chiamato amore” di Michele Placido. Un riconoscimento importante.
Un momento che ancora oggi mi regala una grande felicità. Michele Placido è capace di raccontare emozioni non consuete proprio come questa storia d’amore tra i poeti Dino Campana e Sibilla Aleramo. Rispetto al premio, ricordo che ero a Firenze e stavo mangiando in una trattoria in cui non prendeva il cellulare. A un certo punto un cameriere si è avvicinato e mi ha detto che c’era una telefonata per me. Era il mio agente che mi annunciava la vittoria. Il cuore si è messo a battere fortissimo.

Qual è il segreto per essere un bravo attore?
L’imperfezione. Per questo credo che il miglior modo per ottenere una parte sia studiare tanto, ma quando si arriva sul set annullare tutto. Quando reciti le scene del copione in un provino le fai così tante volte che le sai a memoria, ma quando sei sul set devi riuscire a dimenticarle.

Le tre qualità fondamentali nella recitazione invece?
La capacità di giocare in squadra, la curiosità e l’elasticità mentale perché a volte il regista ti chiede di interpretare una scena in modo completamente opposto a quello che pensi. Lasciarsi stupire fa la differenza.

C’è un regista che ammiri?
Difficile scegliere, ma tra tanti mi piace moltissimo Sergio Leone perché mi ha formato quando ero ragazzo. Il suo era un cinema che univa arte e concretezza. Secondo me i suoi film erano molto più complessi di quello che sembravano perché al di là dell’apparenza c’erano delle sfaccettature interessanti anche nella costruzione dei personaggi.

Un film che rivedi spesso?
Più che pellicole, riguardo spezzoni di film di Fellini che trovo di grande ispirazione. Tra tutti “La dolce vita” e “8½” perché sono ricchi di suggestioni.

Hai vissuto a lungo all’estero. Secondo la tua esperienza, come è vista l’Italia nel mondo?
Quello che ho notato è che, quando le persone scoprono che sei italiano non sono mai indifferenti. Nonostante il nostro Paese sia piccolo rispetto ad altri stati europei o mondiali, sono tanti i personaggi storici, di scienza e di arte che hanno fatto cose memorabili per le quali vengono ricordati. Questo è sicuramente un motivo di orgoglio per tutti noi.

A fine settembre a Firenze c’è stato Planetaria, il festival prodotto da Superhumans del quale sei co-ideatore e direttore artistico. Ce ne parli?
Si tratta di un evento dove arte e scienza si incontrano per raccontare il presente e immaginare il futuro del pianeta. Io amo la natura e in estate vado spesso in montagna. Da tempo vedere i ghiacciai che si sciolgono e assistere ai cambiamenti climatici mi preoccupa. A un certo punto ho capito che non potevo limitarmi a fare dichiarazioni o a pubblicare post sui social. Con gli organizzatori abbiamo pensato ad un evento che unisse arte e scienza in modo da parlare di temi importanti con empatia, in modo costruttivo e educativo.

Oggi cosa diresti al te stesso che debutta nel cinema?
Gli suggerirei di provare, anche se non ha esperienza. Questo è un mestiere pratico e ogni volta che fai un ciack è un momento unico che non puoi programmare. Magari il vento ti fa cadere una lacrima e sembri commosso e il pubblico lo apprezza, mentre quella lacrima non era stata studiata prima. Oppure pensi di non essere all’altezza e invece sei la persona giusta per quel ruolo.

Nella tua lunga carriera hai lavorato in teatro, hai girato film, serie tv, pubblicità e hai fatto doppiaggio. Non ti sei mai stancato della recitazione?
Mai. Per questo non mi annoio a ripetere una scena più volte finché non trovo la perfezione. Mi piace cercare nuove sfumature che la rendano vera. Raccontare una storia è quello che in assoluto mi affascina di più.

C’è qualcosa che non ripeteresti?
Assolutamente no. Io non respingo nulla di ciò che ho fatto nella mia professione. A volte mi chiedono se mi infastidisce ricordare che ho girato un certo spot e la risposta è no perché è grazie ad esso che mi sono fatto notare e che sono diventato Stefano Accorsi.

Un augurio per il 2026?
Vorrei che ci fosse più buon senso a livello planetario. Ne abbiamo tutti un grande bisogno.