Educazione Finanziaria: una questione sociale


Giuliano Xausa, Segretario Nazionale FABI e Presidente Assonova

Non riguarda solo risparmio o investimenti: è uno strumento di tutela per lavoro, reddito e dignità. Una responsabilità collettiva perché capire e gestire le proprie scelte economiche è essenziale per il benessere delle persone e della comunità. Ne parliamo con Giuliano Xausa, Segretario Nazionale FABI e Presidente di Assonova, l’associazione promossa dalla FABI che rappresenta i Consulenti Finanziari.

Negli ultimi anni sentiamo sempre più parlare di educazione finanziaria, ma spesso la discussione resta superficiale, legata al risparmio o agli investimenti. Lei sostiene che si tratta di un tema molto più ampio. Può spiegarci perché non si tratta solo di economia?
Perché l’educazione finanziaria riguarda il lavoro, il salario, la pensione, la casa, la sicurezza economica delle famiglie. In una parola, riguarda la dignità delle persone. Oggi a lavoratrici e lavoratori viene chiesto di prendere decisioni finanziarie sempre più complesse senza che nessuno abbia mai fornito loro strumenti adeguati. Questo non è un limite individuale, è una responsabilità collettiva mancata, e come sindacato non possiamo ignorarla.

Molti sostengono che “ognuno è responsabile delle proprie scelte” ma, guardando la realtà, questa frase sembra ignorare le differenze tra le persone. Quanto pesa, in termini sociali, la mancanza di educazione finanziaria?
Pesa moltissimo, perché l’analfabetismo finanziario non colpisce tutti allo stesso modo. Colpisce soprattutto chi ha redditi medi e bassi, chi vive di salario e non può permettersi errori. Una scelta sbagliata su un mutuo, un investimento inadeguato, una copertura assicurativa assente possono compromettere anni di lavoro. Quando si dice che “ognuno è responsabile delle proprie scelte” si dimentica che senza conoscenza la libertà di scelta è solo formale. Ed è così che crescono le disuguaglianze.

Oggi siamo immersi in una vera e propria valanga di informazioni finanziarie ma questa sovrabbondanza rischia di confondere più che aiutare. Dal suo punto di vista, informazione ed educazione coincidono?
No, anzi. Spesso informazione e tutela vengono confuse, ma non sono la stessa cosa. Siamo sommersi da contenuti frammentati: social network, influencer, consigli rapidi, promesse di rendimenti facili. È un’illusione pericolosa. La finanza non è un gioco e non si improvvisa. Dal punto di vista sindacale questo è un punto dirimente: l’accesso a informazioni non strutturate non tutela i lavoratori, li espone a rischi maggiori. La vera educazione finanziaria è quella che consente di capire, confrontare e scegliere con consapevolezza.

In un contesto così complesso, il consulente finanziario si trova a fare da tramite, in un ruolo che diventa sempre più delicato. Lei come lo descrive?
Un ruolo centrale, che va ben oltre il mercato. Il consulente finanziario, bancario o libero professionista, è un “mediatore di complessità”: traduce bisogni reali in soluzioni sostenibili. Per questo rifiutiamo una contrapposizione ideologica tra consulenza bancaria e consulenza indipendente: sono modelli diversi, con caratteristiche differenti, ma entrambi svolgono una funzione sociale quando operano con competenza, trasparenza e responsabilità.

È vero, spesso si tende a mettere in competizione i consulenti bancari con quelli indipendenti, come se fossero alternative in contrasto tra loro. Ma leggendo le vostre analisi, sembra che il valore reale stia nella qualità e nella complementarità. Può spiegare come questi modelli possano convivere?
I bancari garantiscono prossimità, continuità e presidio territoriale, elementi fondamentali soprattutto per le fasce più fragili. I liberi professionisti portano autonomia e una visione altamente personalizzata. Entrambe le categorie garantiscono professionalità ma con dinamiche diverse: metterli in competizione non serve. Rafforzare la qualità della consulenza, invece, sì. Ed è questo l’obiettivo che, come Assonova, vogliamo perseguire.

Parliamo anche del lavoro. In che modo difendere la consulenza di qualità coincide con la tutela dei lavoratori?
Le due cose sono strettamente connesse: una consulenza ridotta a mera vendita di prodotti danneggia i clienti e svaluta le professionalità. Pressioni commerciali, obiettivi irrealistici e logiche di breve periodo minano la fiducia e il ruolo sociale del settore. Difendere i lavoratori bancari e i professionisti della consulenza significa difendere un modello in cui il risparmio non viene sfruttato, ma accompagnato nel tempo.

Appurata pertanto l’importanza dell’educazione finanziaria, come intervenire per promuoverla e quali attori dovrebbero essere coinvolti?
L’educazione finanziaria deve diventare un bene comune. Non può essere lasciata al mercato né alla buona volontà dei singoli. Servono politiche pubbliche strutturali, continuative e accessibili: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei territori. Con il coinvolgimento di banche, professionisti, sindacati e istituzioni. Un lavoratore consapevole è meno fragile, più autonomo e più libero nel costruire il proprio futuro. E questo è un vantaggio per l’intero sistema economico e sociale.

Un’ultima domanda o, meglio, il messaggio principale che vuole lasciare ai nostri lettori: perché non possiamo permetterci di ignorare l’educazione finanziaria?
Perché viviamo in un Paese che invecchia, in cui il welfare pubblico arretra e il risparmio privato assume un ruolo sempre più centrale. Continuare a ignorare l’educazione finanziaria è irresponsabile. Abbiamo il dovere di presidiare questo terreno, ricordando anche che il tema “salario” non finisce con la sola busta paga: si misura nel tempo, nelle scelte e nella sicurezza futura. Educazione finanziaria e consulenza qualificata non sono un lusso, ma strumenti di giustizia sociale. E come tali vanno difesi, promossi e resi accessibili a tutti.