
dell’iconico Faro di Rubjerg Knude
L’isola di Creta è la più grande e popolosa tra le circa seimila isole della Grecia. Distante 95 chilometri dalla costa greca, costituisce il limite meridionale del Mar Egeo e ha una storia millenaria grazie alla posizione centrale. Tra il terzo e il secondo millennio a.C. vi si sviluppò la civiltà minoica, una delle più avanzate dell’epoca antica, e nel corso del tempo venne conquistata da diverse popolazioni tra cui: romani, bizantini, veneziani, genovesi e turchi, fino a essere unificata allo stato greco nel 1913. Il passaggio di ciascuno ha lasciato sull’isola molte vestigia architettoniche e culturali come i siti archeologici, gli edifici storici e le chiese, le moschee, i monasteri.
Ma la storia di Creta si fonde soprattutto con la mitologia, trovandosi al centro di molte storie e leggende. Si credeva infatti che Zeus fosse nato proprio a Creta. Figlio di Crono (il dio del tempo) e di Rea (divinità associata alla terra), il padre degli dei fu partorito nella Grotta di Dikteon, sull’altopiano di Lassithi, e qui trascorse i primi anni di vita nascosto
dal padre. Sempre la storia infatti narra che Crono tentò di mangiarlo quand’era neonato ma venne messo in salvo dalla madre con l’inganno, dando in pasto al famelico infanticida una pietra avvolta in un panno. Per tenerlo distante dal padre, Zeus venne quindi affidato ad Amaltea, la ninfa dalle fattezze caprine, e sorvegliato dai Cureti, i guerrieri danzatori che inscenavano rumorosi scontri per nascondere le urla del piccolo.
Nonostante l’isola sia soprattutto conosciuta per il mare cristallino e le ampie spiagge, il suo territorio è in gran parte montuoso, infatti la grotta della natività è situata sul Monte Ditte, che coi suoi 2148 metri d’altezza non è comunque la vetta più alta dell’isola. La caverna, conosciuta anche come “Grotta di Zeus” è raggiungibile percorrendo una strada ripida e tortuosa e all’interno vi sono sorprendenti formazioni di stalattiti e stalagmiti.
La storia antica di Creta è perciò fortemente legata al mito di Zeus. Quand’egli sedusse (o rapì, a seconda delle fonti) la
principessa fenicia Europa fingendo di essere un toro bianco, la portò in dorso proprio sulla sua isola e dalla loro unione nacquero gli eroi cretesi per antonomasia: Minosse, Radamanto e Sarpedonte.
La vita del più celebre re Minosse viene raccontata in bilico tra realtà e mito. Forte di un’investitura divina data dalla sua discendenza, egli istituì un sofisticato sistema giudiziario con leggi scritte e assumendo il ruolo di giudice supremo. La sua intransigenza gli portò l’appellativo di Giudice dei Morti da parte dei poeti classici, tramutato poi in Giudice dei Dannati da Dante Alighieri nel V canto della Divina Commedia:
Stavvi Minòs, orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia…
Però Minosse è ricordato soprattutto per la leggenda del Minotauro. È sempre il mito a raccontare che tra i figli avuti dalla moglie Pasife ve ne fosse uno che eccelleva come ginnasta e per invidia venne ucciso dai competitivi ateniesi. Per vendicarsi il re intraprese una guerra e, per conciliare il favore divino, sacrificò un toro a Zeus. Ne scelse uno tra tanti,

escludendo il più maestoso ricevuto in dono da Nettuno. Indispettito per lo sgarbo, suo padre fece in modo che Pasife si innamorasse di quella bestia e generasse una creatura per metà taurina: il Minotauro, che venne rinchiuso nel famoso labirinto costruito da Dedalo. Vinta la guerra contro gli ateniesi, Minosse pretese come pagamento l’invio di sette fanciulli ogni anno per darli in pasto al temibile figliastro. Dopo diverso tempo, il guerriero ateniese Teseo decise di porre fine a questa pratica e si introdusse a Creta nel gruppo dei giovani sacrificabili. Con l’aiuto di un’innamorata Arianna, figlia di Minosse, e del filo da lei tenuto entrò nel labirinto, uccise l’animale e scappò insieme alla ragazza. Solo quando arrivarono sull’isola di Naxos, nelle Cicladi, Teseo l’abbandonò durante il sonno… ma questa è un’altra storia.
Adirato per la riuscita dell’impresa di Teseo, Minosse rinchiuse nel labirinto sia Dedalo che il figlio Icaro. Per fuggire, Dedalo costruì delle ali di cera e piume da attaccare alle spalle. Nonostante gli avvertimenti di non volare troppo in alto, Icaro si fece prendere dall’ebbrezza e si avvicinò al sole: il calore però fuse la cera facendolo precipitare in mare dove morì senza esser mai ritrovato. Preso a esempio dalla psicologia, la sindrome di Icaro è riferita a quel tipo di personalità narcisistica che sovrastima i propri limiti e fallisce gli obiettivi, ovvero: “si brucia”.
Secondo la mitologia il labirinto era posizionato sotto il Palazzo di Cnosso, oggi il luogo più visitato dell’isola con circa un milione di presenze all’anno. Lo si raggiunge facilmente da Heraklion, la capitale dell’isola, da cui dista pochi chilometri. Costruito nel 1900 a.C., il palazzo ospitava la famiglia reale ed era anche il centro finanziario, religioso, giuridico e commerciale. I resti sono custoditi dentro un sito ricostruito dall’archeologo britannico Sir Arthur Evans a inizio ‘900. Già scoperto nel 1878 dal mercante e antiquario cretese Minos Kalokairinos, la sistemazione odierna e la parziale ricomposizione utilizzando il cemento armato fu voluta dall’inglese e, a parere di molti esperti, pare non rispecchi l’originale.

L’area era già abitata nel neolitico e durante l’epoca minoica di massimo splendore si estendeva su una superficie di 22.000 m², aveva più piani e una pianta complessa e intricata (labirintica, a voler esser precisi) con 1.300 locali tra camere private, sale per il culto dei diversi dei, saloni per i ricevimenti e stanze dedicate alla pratica amministrativa. Si è stimato potesse ospitare fino a 12.000 persone e colpisce che fosse privo di mura difensive, a dimostrare la forte egemonia cretese sul Mar Egeo (o forse per la presenza di Talos, l’automa in bronzo regalato da Zeus a Europa… o da Poseidone a Minosse a seconda della leggenda, che aveva il compito di proteggere le coste cretesi e respingere le navi lanciando pietre). Di fatto gli abitanti di Cnosso ebbero floridi rapporti commerciali con le popolazioni vicine, come gli antichi egizi da cui appresero le tecniche per realizzare gli affreschi. Al museo archeologico di Candia ne sono conservati alcuni che rappresentano scene di giochi con i tori (la taurocatapsia), processioni, soggetti marini e motivi geometrici. Per la prima volta le immagini erano usate per abbellire i luoghi di vita e non come strumento narrativo di propaganda politica.
Il palazzo fu distrutto dal tremendo terremoto con epicentro sull’isola di Santorini (all’epoca chiamata Thera) nel XVII secolo a.C. Ricostruito in modo ancora più sontuoso e sempre senza cinta difensiva, il palazzo fu eretto attorno a un cortile in terra battuta dove si esibivano dei ginnasti che volteggiavano sui tori, animali sacri da sempre per i cretesi dell’antichità. Un particolare di rilievo dell’edificio erano i bagni della regina, dotati di fogne, canali di carico e scarico dell’acqua, nonché di acqua calda sempre disponibile! Tanta bellezza e avanguardia vide però il declino nel 1450 a.C. quando i micenei provenienti dal Peloponneso la conquistarono.
Il secondo centro archeologico dell’isola è il palazzo di Festo fatto costruire da Radamante, fratello minore di Minosse, sempre nel 1900 a.C. Gli scavi hanno rilevato la presenza di un ingresso imponente che introduceva a un cortile rettangolare delimitato da un colonnato, oltre a magazzini e sale di servizio. Anch’esso venne distrutto dal sisma di Santorini e ricostruito in maniera simile a Cnosso con una serie di stanze terrazzate che si affacciavano su un cortile centrale. Rinvenuto alla fine del XIX secolo dalla Scuola Italiana di Archeologia il complesso non è stato ricostruito e merita una visita per lasciar volare l’immaginazione, camminando nelle strade della storia. Il tutto incorniciato dalla pianura di Messara e col Monte Psiloritis (o Monte Ida) all’orizzonte che con i suoi 2.456 metri è la cima più alta di Creta.
Un mistero è però legato al rinvenimento di un disco di terracotta nei magazzini del palazzo, sotto gli appartamenti reali e conservato nel Museo Archeologico di Heraklion. Esso risale al 1700 a.C. e riporta 241 simboli e incisioni non ancora decifrati. Alcuni ipotizzano che si riferiscano a riti religiosi o magici, altri pensano che sia un falso, ma al momento non esiste alcuna verità.
La città di Festo fu un importante centro commerciale grazie anche al vicino porto di Matala. Questo villaggio costiero posizionato dentro un’insenatura meridionale ha avuto nel tempo una trasformazione radicale. La sua caratteristica distintiva sono le grotte artificiali scavate nella scogliera, un tempo utilizzate come tombe quindi adottate come ritrovo dalla controcultura negli anni ’60 del XX secolo. Matala è infatti entrata nella leggenda contemporanea e può essere definita un luogo di culto per gli hippy. Nei versi e nella musica della canzone “Carey” di Joni Mitchell si trova la sua essenza, in un mélange di malinconia verso il passato, di dolcezza per le amicizie sincere, di struggimento per la gioventù fuggevole:
My fingernails are filthy
I got beach tar on my feet
…
Come on down to the Mermaid Café, and I will
Buy you a bottle of wine
And we’ll laugh and toast to nothing
Lambita dal Mar Libico e arieggiata dal vento africano, Matala continua a essere un luogo della storia, fuori dal tempo: un rifugio bohémien che accoglie quanti ricercano la perfetta armonia tra cultura e relax. E chissà cosa penserebbero oggi gli antichi abitanti di Creta, coi loro rituali propiziatori, davanti a quella scritta che da alcuni decenni invita a vivere il presente, perché il futuro non esiste: “Today is life. Tomorrow never comes”.



















