La Geopolitica dell’Intelligenza Artificiale


Intervista ad Alessandro Aresu

Da quattro anni a questa parte, ormai tutti parlano di Intelligenza Artificiale, tutto il mondo sta investendo cifre mirabolanti per lo sviluppo di questa tecnologia. Gli Stati Uniti sono partiti da anni, seguiti dalla Cina, l’Europa pone le regole. Ogni mese una nuova azienda di I.A. stupisce il panorama internazionale. È una vera e propria rivoluzione per il dominio del mondo e del futuro. Ne abbiamo parlato con Alessandro Aresu, nel corso dell’I.A. Forum organizzato in Milano da The Innovation Group.

Dottor Aresu, tra i suoi libri c’è un recente saggio per Feltrinelli dal titolo “Geopolitica dell’Intelligenza Artificiale”, a che punto siamo con la sfida dell’Intelligenza Artificiale tra Stati Uniti e Cina?
Ho dedicato a questi temi molti saggi negli ultimi dieci anni. Il primo modo per guardare a tendenze strutturali del nostro tempo, come la competizione tra Stati Uniti e Cina, è quello di non seguire l’attualità. L’attualità non è importante, ci sono sempre dei nuovi annunci. È più utile leggere i miei libri, studiare i libri di settore e pensare ai fattori strutturali.
Analizziamo i fattori strutturali della sfida tra Stati Uniti e Cina. Il tema principale è quello dei talenti: le varie rivoluzioni tecnologiche, compresa l’Intelligenza Artificiale, sono realizzate da scienziati, ricercatori, ingegneri e manager. La Cina oggi è il principale produttore di talenti tecnologici e dell’Intelligenza Artificiale del pianeta, ma gli Stati Uniti ne sono il principale attrattore. Per me la coordinata più importante per guardare dove andrà la sfida è quanto la Cina riuscirà a mantenere al suo interno, diciamo nei prossimi cinque anni, il suo talento e quanto gli Stati Uniti continueranno a essere un luogo di attrazione nelle loro università, nei centri di ricerca e nelle imprese.
L’esito finora è abbastanza misto: è vero che, attraverso l’azione di grandi aziende tecnologiche cinesi come Alibaba o ByteDance, si riportano alcuni talenti in Cina. È vero che sono nati progetti come DeepSeek e altri, che hanno proprio l’obiettivo di utilizzare il talento cinese, ma gli Stati Uniti continuano a essere un luogo di attrazione primario, anche se dall’amministrazione Trump giungono elementi contraddittori da questo punto di vista, soprattutto col taglio delle risorse in ricerca di base.
Questo è l’esempio di un aspetto strutturale della competizione tra Stati Uniti e Cina che dobbiamo considerare. Assieme a quello dell’energia, che è di stretta attualità ma allo stesso tempo è strutturale.

Lei parla spesso nei suoi libri di Nvidia. Qual è il ruolo di Nvidia nel rapporto tra l’I.A. americana e quella cinese oggi?
Nvidia è attualmente il capo filiera dell’ecosistema industriale dell’Intelligenza Artificiale. In esso emergono aspetti più visibili: le applicazioni, i modelli. Poi, come per tutto nella tecnologia, c’è l’industria dei semiconduttori (la più importante del mondo), l’assemblaggio di elettronica, la costruzione dei data center. Questo, dal punto di vista americano, è anche un sistema di rapporti con altri luoghi: pensiamo alla Corea del Sud, per esempio, cruciale per la produzione delle memorie senza cui non esiste il sistema dell’Intelligenza Artificiale.
Nvidia deve mettere insieme tutto questo: le innovazioni del settore, per esempio su ottica e fotonica; il rapporto con il principale ecosistema industriale elettronico, che tuttora è quello taiwanese, ma che attraverso l’azione di Nvidia e il lavoro fatto dal CEO Jensen Huang, investe negli Stati Uniti.
Gli investimenti taiwanesi negli Stati Uniti stanno avvenendo veramente negli ultimi cinque anni. Sono investimenti di TSMC, ma anche di Foxconn, di Quanta: le aziende taiwanesi protagoniste dell’Intelligenza Artificiale sono decine.
Essendo la tecnologia e l’Intelligenza Artificiale anche un tema di talenti, per esempio ricercatori e sviluppatori, Nvidia deve considerare che la maggior parte dei ricercatori dell’Intelligenza Artificiale al mondo sono cinesi: quindi non sono taiwanesi, perché a Taiwan ci sono solo 23 milioni di persone.
Infine, Nvidia è un’azienda, quindi vuole fare ricavi e profitti e il mercato cinese è un mercato importante, soprattutto per la vendita ad alcune grandi aziende digitali che in Cina ci sono, ma non in Europa. In Europa le grandi aziende digitali come Google, Microsoft, Alibaba, ByteDance purtroppo non ci sono.

In base all’informazioni che sicuramente lei ha già, si è visto negli ultimi 12 mesi un reflusso di ricercatori cinesi dagli Stati Uniti dopo tutto il discorso dei visti americani?
In termini quantitativi, il numero di studenti cinesi negli Stati Uniti è in diminuzione dal periodo del Covid, ma non in diminuzione netta.
Quello che si vede è che alcune istituzioni cinesi, in particolare universitarie, riportano a casa qualche nome importante di scienziato e di ricercatore: qualitativamente c’è un po’ di deflusso, ma non eccessivo ed è ormai una questione di medio termine. Negli ultimi mesi si rafforzano questi fenomeni di qualche grande accademico che si ritrasferisce ad Hong Kong, per esempio.

Abbiamo parlato dei due contendenti e a questo punto le chiedo come siamo messi noi in Europa, a partire ovviamente dall’AI ACT: la legislazione europea è lungimirante o è autolesionistica?
La mia posizione sugli aspetti di legislazione è sempre legata talenti, imprese e capitali. Sono tre i fattori trainanti e quindi le regole hanno un ruolo nel modo in cui abilitano questi fattori o li frenano.
Non bisogna credere che le regole in sé siano la priorità, non lo sono, perché la priorità sono i talenti.
Secondo me non bisogna troppo parlare né in positivo né in negativo della legislazione, della regolamentazione, perché non è il fattore trainante; quindi, è un problema di priorità sbagliate. Ci sono modi diversi di vedere i temi, più diffusi tra i paesi leader.
Avendo anche una lunga esperienza istituzionale, devo dire che a volte i decisori istituzionali o politici non conoscono argomenti che sono determinanti. Per esempio, quali capacità industriali ci sono nel loro Paese o nel loro territorio? Questo è decisivo perché devi sapere, che per esempio, hai le aziende che fanno i gas industriali oppure le aziende che fanno le turbine, cioè le aziende della filiera industriale dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa mantiene ancora molta forza in alcuni nodi della supply chain. L’esempio più noto è l’azienda di macchinari olandese ASML, ma ce ne sono molti altri. Esistono capacità in Europa e quindi il primo modo di essere un protagonista politico di questa vicenda è mantenere e rafforzare le capacità industriali, e avere nuove imprese.
Ad esempio, nel venture capital o in generale nella finanza stanno arrivando più capitali in Europa negli ultimi due anni: è un aspetto positivo che bisogna riconoscere, ed era un problema evidenziato anche dai vari rapporti della Commissione Europea. Il nostro risparmio va spesso verso gli Stati Uniti, essendo il polo finanziario principale.

Ogni mese si viene a conoscere una nuova azienda che fa passi da gigante nell’I.A., ultimamente si è parlato di Anthropic e del suo A.D. Amodei, che ha fatto causa al Pentagono per l’utilizzo di Claude nelle missioni di guerra. Quando l’I.A. uccide, come accaduto con la scuola in Iran, di chi è la colpa alla fine? È una vicenda che si ripeterà o è un caso?
Credo che si ripeterà. La vicenda contiene numerosi livelli: in primo luogo l’utilizzo di sistemi informatici per l’analisi dei dati nei bombardamenti avviene da tanto tempo. Ora lo chiamiamo Intelligenza Artificiale, perché ovviamente utilizziamo anche dei sistemi più avanzati che consentono una maggiore precisione in genere, ma in cui in cui l’errore comunque è possibile.
Non possiamo sapere, dato che si tratta di sistemi classificati, quindi segreti, esattamente come è avvenuta l’interazione tra le capacità di Anthropic e quelle di altre società coinvolte, ed infine le decisioni umane in quest’ambito.
Però penso che si ripeterà: l’uso di questi sistemi in operazioni di guerra ci sarà e continuerà ad esserci un dibattito su chi deve prendere certe decisioni tra gli attori istituzionali e le aziende.
In sostanza le istituzioni, si sono depauperate di competenze anche a livello tecnologico; quindi, noi non dobbiamo pensare che al Pentagono ci siano i migliori ingegneri o informatici degli Stati Uniti, perché ormai sono nelle aziende per ragioni salariali, per vari aspetti: a volte le persone che stanno nelle istituzioni, per tutta una serie di ragioni, non hanno le competenze per discernere e capire questi sistemi. Poi può esserci anche uno scontro ideologico e politico, come c’è sicuramente nell’aspetto di Anthropic, che è un’azienda vicina ai Democratici e ha assunto persone che lavoravano per l’amministrazione Biden. Su Anthropic è importante anche sapere che i loro prodotti sono notevoli, quelli migliorati di più tra le aziende dell’Intelligenza Artificiale.
Poi c’è sempre il fatto che queste aziende sono di “qualcuno”, cosa che spesso non si dice. In Anthropic, il primo azionista è Amazon, il secondo azionista è Google.

Lei si è occupato anche di spazio. Oggi abbiamo due grandi contendenti privati, cioè Besos e Musk, oltre alla NASA: già da qualche anno si annunciano i data center nello spazio. Qual è la situazione della sfida legata all’Intelligenza Artificiale anche nello spazio?
La questione non è semplice. Dal punto di vista tecnico credo che ci siano sfide gigantesche.
Bisogna vedere se tra 2-3 anni ci saranno sempre gli stessi tassi di crescita dei data center. Non è detto. Parliamo per esempio della bolla dell’Intelligenza Artificiale, se ne parla da tre anni, ma non è arrivata, però potrebbe esserci quello che io definisco il “plateau dei data center”. Plateau vuol dire che i tassi di crescita non sono più quelli di prima e quindi la curva diviene più piatta.
In ogni caso, nel 2026 c’è la quotazione di SpaceX: l’azienda avrà una valutazione simile al PIL dell’Italia. L’economia e la geopolitica dello spazio vedono un grande primato di SpaceX: altri stanno investendo, americani, i cinesi, gli europei si posizionano, ma ancora nessuno è riuscito ad avere il razzo riutilizzabile coi costi e l’efficienza di SpaceX.
Le barriere di ingresso sono molto elevate. Sarà difficile per chiunque fare una costellazione satellitare paragonabile a Starlink. Gli Stati Uniti mandano i loro satelliti spia con SpaceX. Questo vale anche per Bezos, i satelliti delle costellazioni Amazon, vengono lanciati soprattutto con SpaceX.
Sullo spazio, l’Europa secondo me ha un problema di eccessi burocratici nato quando all’ESA si è affiancata la Commissione Europea. L’ESA è un apparato con competenze specifiche, mentre la Commissione non sa fare questo mestiere: è utile che la ricerca e le imprese abbiano un solo interlocutore nel contesto europeo.
L’Italia per lo spazio è un paese ben posizionato per le sue capacità di ricerca e anche per il modo con cui il Piemonte, dopo i drammi della sua industria automobilistica, si è comunque molto ben riconvertito anche con le capacità aerospaziali. Insomma, ci sono anche buone notizie.

Dopo la Generazione Z, quella dei nativi digitali degli anni 2000, adesso abbiamo i nativi dell’Intelligenza Artificiale, che è la generazione Alfa. Cosa faremo fare a questi bambini? Quali sono le skills, quali sono gli studi che dovranno intraprendere?
È un tema cruciale. È appena uscito per Feltrinelli un mio libro per gli adolescenti scritto assieme a una mia amica e allieva, dedicato agli adolescenti, che abbiamo intitolato “Non è intelligente ma si applica”, per raccontare l’Intelligenza Artificiale. Le sfide sono enormi. Le persone anche della mia generazione sono cresciute un po’ a cavallo di diversi tipi di formazione, in modo ibrido, sia “cartaceo” che “digitale”. Per i giovani è diverso. Un passaggio è già avvenuto coi social media. Per i sistemi formativi e in genere per la società, la sfida non è semplice: da un lato spiegare, formare sull’utilizzo di questi strumenti, cosa significano, come sono fatti. Capire cosa significa “dialogare” con questi programmi ma ricordarsi che sono dei programmi informatici e non sono “tuo cugino” o “un tuo amico”. E poi avere degli spazi per salvaguardare parte della nostra formazione tradizionale, che è appunto: lettura, concentrazione, attenzione, lunga distanza.

BIOGRAFIA
Alessandro Aresu è un analista e consulente italiano esperto di geopolitica delle tecnologie e Intelligenza Artificiale.
Ha collaborato come consigliere tecnologico nel governo guidato da Mario Draghi.
Autore di vari saggi per Feltrinelli, si occupa di innovazione, strategie industriali e competizione globale,
con attenzione al ruolo dell’IA nello sviluppo economico e politico contemporaneo.